"Vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare,
e avere la pazienza delle onde di andare e venire, ricominciare a fluire..."
(Tiromancino)

lunedì 27 febbraio 2012

I POPOLI DEI GHIACCI DEL GRANDE NORD (14)


Poiché la carne costituita il principale e talvolta unico elemento dell’alimentazione, per l’Inuit la cattura degli animali rappresentava l’obiettivo assoluto e primario. Le foche, i trichechi, i beluga e i narvali venivano cacciati d’estate, dai kayak o dai lastroni di ghiaccio accostati alla riva; la cattura di grosse balene garantiva un’abbondante riserva di cibo per tutto l’inverno.




Gli Inuit, innalzando ometti di pietra lungo le tradizionali vie di migrazione dei caribù, traevano in inganno gli animali, indirizzandoli in passaggi obbligati, dove li attendevano con lance, archi e frecce. Il trattamento di tutte le pelli era affidato alle donne, che spesso masticavano il duro materiale per renderlo morbido e poterlo lavorare.




I pesci d’acqua dolce erano catturati durante l’estate con le frecce, mentre d’inverno la caccia avveniva attraverso i fori di respirazione della superficie ghiacciata, con l’ausilio di speciali arpioni con punta mobile. Durante la stagione in cui i salmoni risalivano i fiumi, gli Inuit riuscivano ad accumulare grandi scorte di questo pesce, che generalmente affumicavano o nascondevano sotto spessi strati di ghiaccio per proteggerli da volpi, cani e orsi.




A bambini venivano affidate la raccolta delle uova di uccello e la cattura dei pennuti, soprattutto urie, che volando rasoterra in stormi numerosissimi, incappavano nei loro retini.


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lunedì 20 febbraio 2012

LA PESCA SUL LAGO DI PUSIANO: IL CARPFISHING



La pesca sui laghi di Brianza ha una storia antica, le prime citazioni le troviamo in epoca medioevale. I cronisti milanesi dicono di tali località: “ci vengono i pesci che arricchiscono in quaresima le mense di città”. Sul lago di Pusiano sono stati ritrovati ami di bronzo e galleggianti in legno per reti oltre a resti di case su palafitte che testimonino la pesca anche in epoca preistorica.


Casa dei pescatori a Pusiano

I diritti di pesca erano di proprietà dell'arcivescovo di Milano che concedeva a vari affittuari per un canone in "pescato" e in denaro. Durante la quaresima, infatti, secondo la regola non si può cibarsi di carne ma è lecito farlo con il pesce, introducendo così la sana abitudine di consumare tale prodotto, per chi ne aveva la possibilità.


Carpa

Negli anni la pesca sul lago è andata impoverendosi per l'aumento della popolazione locale che ha riversato sul lago gli scarichi fognari, poi con l'industrializzazione con i suoi inquinanti quali i metalli pesanti, infine con la pesca intensiva svolta a cavallo degli anni trenta del secolo scorso dalle società all'epoca concessionarie dei diritti di pesca.. Attualmente la pesca è solo a livello amatoriale, anche se il Comune ha emanato un apposito regolamento per evitare l’ulteriore depauperamento della risorsa ittica. In particolare è diffuso il CarpFishing:





Il Carpfishing, nato in Inghilterra nel 1978, è per definizione una specifica tecnica di pesca sportiva volta alla cattura di grossi esemplari di carpa di varie specie tra cui specchi, regine e cuoio che, una volta pescati, vengono rilasciati, ma non prima di aver fatto una foto ricordo. Un principio fondamentale della disciplina del Carpfishing è l’assoluto rispetto del pescato e dell’ambiente che circonda il pescatore; infatti, il pesce viene trattato con ogni cura adagiandolo su di un apposito materassino, che gli impedisce di ferirsi. Normalmente, i carpisti campeggiano sulle sponde del lago vicino a dove praticano la pesca e come regola primaria ed assoluta c’è il rispetto della natura; infatti utilizzano tende e attrezzature di colore mimetico, evitano grida e schiamazzi inutili e non lasciano rifiuti di nessun genere. Anche i terminali sui quali si collega l’esca, vengono costruiti in modo da arrecare il minor danno possibile alla carpa. L’attrezzatura del carpista è composta da tre canne di lunghezza che varia dai 12 ai 13 piedi di vario libraggio, mulinelli che devono essere di grossa consistenza e robustezza e dai segnalatori che suonano ogniqualvolta il pesce abbocca. Le carpe si nutrono di microrganismi, cozze, crostacei e nutrimento che offre il lago oppure di boilies che sono degli inneschi di forma sferica composti da svariati tipi di farine, alle quali vengono aggiunti degli aromi e successivamente cotte al vapore. Il Carpfishing è una tecnica che si sta diffondendo sempre di più tra i giovani italiani ed europei; tra questi ci sono anche numerosi ragazzi della Brianza.



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Testo di Luis (Inuit del Lario)
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lunedì 13 febbraio 2012

LA GIACCA D’ACQUA



E’ l’ultimo strato termico, forse quello più importante, che oltre a proteggere il tronco dagli spruzzi delle onde e dal vento, trattiene il calore corporeo. Nella scelta della giacca d’acqua è importante capire che di tipo di kayak si andrà a fare e della stagione e delle condizioni meteo in cui la si intende usare. Conviene stivare nel terzo gavone, anche durante la bella stagione, una giacca d’acqua leggera in modo da far fronte per esempio ad temporale estivo.





Le giacche d’acqua in nylon o in cordura, più o meno pesanti, offrono un’ottima resistenza all’acqua, ma non lasciano traspirare molto. Pertanto sono più adatte ad un’attività in kayak in acqua mossa dove si è sempre bagnati. Per un’attività di escursionismo in mare quando si prevede di dover navigare a lungo è consigliabile una giacca d’acqua di materiale traspirante che protegga del vento e asciughi rapidamente. E’ importante che i polsi e il collo siano chiusi e che non facciano entrare acqua. Esistono giacche dotate di polsini in lattice e altre che, oltre ai polsini, hanno anche la chiusura al collo nello stesso materiale. Alcune giacche presentano il cosiddetto doppio tubo a livello addominale in modo da poter infilare il paraspruzzi tra i due strati della giacca per garantire il massimo dell’impermeabilità. Infine è consigliabile che la giacca d’acqua sia fornita di cappuccio estraibile dal colletto per proteggere il capo dal vento o dalla pioggia.




Sotto la giacca d’acqua va indossato lo strato termico interno per riscaldare le braccia e il torace. Si possono indossare magliette termiche a maniche corte o lunghe e micro-pile. Lo strato termico si può aumentare a piacere variando il numero e lo spessore degli indumenti tecnici, tenendo però conto del fatto che appena si inizia a pagaiare a buon ritmo, si produce molto calore. Conviene quindi partire avvertendo una sensazione di “fresco”.





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lunedì 6 febbraio 2012

LA MARZAIOLA, CHE SOPPRACCIGLIO


Appartiene all’ordine Anseriformes, famiglia Anatidae, uccelli acquatici conosciuti come anatre. E’ inclusa nel gruppo delle “anatre di superficie”. Il suo nome scientifico è Anas querquedula. Di poco più grossa dell’Alzavola, ha una lunghezza compresa tra 37 e 41 cm. Il maschio ha la testa scura, sui cui si staglia una mezzaluna bianca che va dall’occhio alla nuca, e la parte anteriore dell’ala grigio-azzurro chiaro, particolarmente evidente in volo; la femmina è marroncina , simile a quella di altre specie di anatre di superficie, ad eccezione del disegno a strie sulla testa. Ha un volo veloce e regolare, con improvvisi abbassamenti a pelo d’acqua e repentine risalite. In migrazione forma stormi anche di grandi dimensioni, che volano compatti e coordinati in formazione a nuvola, con cambi di direzione e struttura. Il maschio di Marzaiola mantiene l’abito eclissale per cinque-sei mesi, circa il doppio delle altre specie di anatre.



Nidifica in specchi d’acqua dolce, piccoli, riparati e con vegetazione rada, entro terreni erbosi allagati o in zone umide. Le coppie arrivano già formate dai quartieri di svernamento; le deposizioni (una sola covata) iniziano in aprile. Come le anatre di superficie, si nutre essenzialmente di vegetali, allungando il collo alla superficie dell’acqua. E’ particolarmente attiva durante il giorno.




Completamente migratrice. In Europa ha un areale frammentato nelle regioni occidentali, ma continuo nei Balcani e nelle regioni orientali. Sverna quasi completamente a sud del Sahara, pochissimi individui si fermano nell’area mediterranea. In Italia è migratrice regolare, nidificante e solo sporadicamente svernante. In Lombardia nidifica principalmente nella fascia meridionale della Pianura Padana. La popolazione italiana è stata stimata di solo 200-300 coppie. E’ diminuita per effetto di periodi di siccità nei quartieri di svernamenti. Nelle scarse popolazioni lombarde può verificarsi la distruzione dei nidi deposti nei coltivi da parte delle falciatrici.



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lunedì 30 gennaio 2012

NORDICA ANIMA MUNDI



Se in passato si parlava di mal d’Africa per chi visitava quel continente e ordiva il ritorno, nonostante pericoli e deprivazioni, possiamo oggi noi parlare di mal d’Artico? Vivendo ormai nei tempi della comunicazione globale, i modi e i mezzi di entrata e uscita da quel mondo sono senz’altro più rapidi e affidabili, meno legati a iniziative di associazioni scientifiche o intere nazioni. Ma cosa richiama un numero sempre maggiore di persone a visitare i Poli del mondo? A sponsorizzare spedizioni, viaggi, esplorazioni amatoriali, crociere e traversate nautiche. Spesso ritornandoci più di una volta? Ho qui tra le mani un libro di ritratti polari recentemente pubblicato in Gran Bretagna. Sfogliando le pagine troviamo una lunga rassegna di foto d’individui che hanno segnato le loro vite nelle zone artiche. L’ultimo è Graham Dickson, nato nel 1975, e fondatore di una compagnia specializzata in dare supporto logistico a quelle latitudini. Combinando le conoscenze tradizionali degli inuit con la moderna tecnologia sta creando lassù a Nunavut una nuova mappa per espandere gli orizzonti dell’eco-turismo. Diversi gli elementi di seduzione evocati da questo angolo di terra. Innanzitutto il desiderio di esplorazione per tutto ciò che è lontano, singolare, ed esoticamente diverso.






Di riflesso, le zone artiche rappresentano oggi la destinazione più remota dal consorzio civile, differenziandosi da un mondo che si colloca oramai per grandi estensioni tra l’urbano e il metropolitano. Visto però che viaggiare all’interno delle zone temperate è alla portata di tutti, è logico assegnare ai Poli anche l’esclusività dei costi. E qui sforiamo ahimè nel consumismo, contemporanea febbre malarica degli status symbol. Non potrò mai dimenticare il chirurgo di Miami incontrato in Groenlandia apertamente dichiaratosi malato di polarite. Ovvero il sentito bisogno di dover ritornare ancora e ancora in quel mondo di ghiaccio blu. Come se si fosse innescato il desiderio per un interminabile giro di giostra. C’è in tutto questo un novello sentore di sentimentalismo romantico. Ma non areniamoci in una categoria già vista e sentita perché c’è di più. L’artico è oggi un vero paradiso per l’esteta munito di macchina fotografica a svariati filtri. Il paesaggio e la fauna che possiamo osservare nel transito agevolato da uno zodiac sprizza di ricchezza cromatica, luce, e sopraffina pristina autenticità. Sì autenticità, e su questo vocabolo mi devo soffermare. In un mondo dove tutto è influenzato e manipolato da tutto, le terre artiche sono le ultime isole che brillano ancora di luce e tenebre proprie.







E’ vero che le correnti aeree trasportano fin lassù la tossicità dei nostri sistemi economici, o delle nostre scelte strategiche. Ma il Nord, l’estremo Nord ricopre tuttora il suo mondo in un Grande Biancore conservando gelosamente per noi l’ultimo bastione di pristina wilderness. Ovvero un paesaggio ancora vicino alla sua genesi dove l’umano può provare, e portarsi nel cuore, quella sensazione di primordiale gettatezza (termine preso in prestito da Heidegger) che dà un’autentica misura del proprio essere. Con quest’ultima riflessione, iniziamo a viaggiare, e fluire come un mare negli oceani dell’anima. Tale sensazione può difatti rivelarsi oro (anche in un senso alchemico) se sfociante in consapevolezza. O meglio, se innesca un processo interiore in cui diventiamo consapevoli di un modo di vedere il mondo radicalmente nuovo. Un modus forse visionario in cui ci sentiamo più vicini alla terrestrità, svincolati da ogni soggettivismo narcisista che tende ad assorbire il tutto nella dimensione letterale dell’io. Impoverendolo. L’artico può offrire le immagini con la tonalità giusta per risvegliare questo trasformato orizzonte. E la polarite intesa in un’ottica psicologica ne è una conferma.





Con una sensibilità risvegliata si vivificano le nostre percezioni, e il mondo s’incanta nel manto avvolgente dell’innamoramento. Nell’artico possiamo vivere sulla nostra pelle un paradosso che è al centro delle nostre vite oggi. Allontanati dalle mille tentazioni virtuali che strappano quotidianamente dal reale, nello spoglio contesto polare riscopriamo la presenza del prossimo sia come paesaggio naturale che umano. Riscopriamo nuove modalità di interdipendenza e intimità con il mondo, mentre affinando i sensi, esperiamo interiormente nuove immagini, pensando rigenerati pensieri. Usciamo e rientriamo risettati da quel mondo. La distanza si rivela finalmente benigna mostrandoci qualcosa di trasparente e illuminato, risonante dalle profondità. In bilico tra natura e percezioni del corpo, diamo voce a vere emozioni dell’anima. Nei dintorni di Iqaliut, Yellowknife, Nuuk si creano nuove destinazioni, fresche esperienze, insolite espressioni del linguaggio. I confini degli orizzonti risultano più ampi. Stiamo creando nuovi mondi che ci vivono dentro anche dopo il ritorno a casa. Ma siamo solo all’inizio. Sono infiniti i misteri dell’Anima Mundi, le vie della psiche oggettiva. Si aprono all’universo intero. Lo rendono vivo, unificato e unificante. Aspettano solo che noi diciamo sì a una chiamata. E respiriamo profondamente... prima di dare una risposta. Nelle zone artiche, ci aspetta una vera avventura che va dritta al cuore della vita.




Il mondo intero è dimorato dagli Dei (Talete)

Articolo di Massimo Maggiari prima della partenza per Gjoa Haven – Nunavut
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lunedì 23 gennaio 2012

ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE SUL LAGO DI GARLATE: LO "STABILIMENTO PIRELLI" DI VERCURAGO



A fianco della sede del CK90 (Canoa Kajak 90 a.s.d.), oltrepassato il torrente Gallavesa ma ancora nel comune di Vercurago (LC) sorge lo Stabilimento Pirelli. Lo Stabilimento di Vercurago, viene fondato nel 1917 ed è destinato a preparare i prodotti chimici usati nelle mescole utilizzate per la preparazione della gomma (acceleranti, anti- invecchianti, carbonato di magnesio, ossido di zinco).




Tale unità produttiva, insieme alla Società Sali di Bario di Pietro Cugnasca (posta in prossimità della ferrovia a Calolziocorte e che trattava il minerale di barite) e con la Cartiera dell’Adda, costituisce il polo della chimica del ‘900 nel territorio Lecchese.




Lo stabilimento Pirelli occupava un area di circa 60.000 mq, di cui 13.000 coperti. Si riporta la descrizione dello stabilimento tratta dagli archivi della Fondazione Pirelli :
Esso sorge in amena posizione. E’ a breve distanza dalla stazione di Calolzio-Olginate ed è provvisto di una ampia darsena di approdo e di scarico per trasporti per via d’acqua. Allo stabilimento è annesso un impianto idro-elettrico proprio, che integra il consumo di energia fatto dallo stabilimento stesso. Questo impianto è costruito sul torrente Gallavesa, sfrutta una caduta d’acqua di circa 70 metri e trasporta l’energia allo stabilimento a mezzo di un cavo di circa due chilometri alla tensione di 3.000 volts.”





Questa soluzione tecnica è tipica di molte attività produttive dell’epoca insediate nella valle S. Martino. Erano state infatti realizzate alcune piccole centrali idroelettriche che sfruttando i vari torrenti esistenti nella zona generavano valori di energia elettrica significativi per l’epoca. Attualmente tali centraline sono state smantellate perché tali corsi d’acqua si scaricano a valle con salti significativi ma di breve durata (nell’arco dell’anno) e di scarsa portata d’acqua.





Nel corso degli anni Cinquanta, lo Stabilimento di Vercurago arrivò ad una popolazione di circa 150 dipendenti. Nel 1967, tuttavia, fu ceduto alla Prodotti Industriali Chimici SpA “in quanto non poteva trovare nei consumi del Gruppo volumi tali da consentire dei costi a livello internazionale”. L’attività produttiva del sito è cessata nel 1987 con la ditta Safilo Saldature.




Si ringrazia per le informazioni e le foto l’Archivio Storico della Fondazione Pirelli www.fondazionepirelli.org
Testo di Luis (Inuit del Lario)
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