"INUIT DEL LARIO"

LA PASSIONE PER IL KAYAK DA MARE, LA NATURA E GLI AMICI...

"vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde, di andare e venire
ricominciare a fluire..." Tiromancino

martedì 24 novembre 2009

SE SOLO IL MARE POTESSE DIFENDERSI

lunedì 23 novembre 2009

LA PESCA SUL LARIO TRA PASSATO E PRESENTE (seconda parte)



Alla fine dell’Ottocento la specie di gran lunga più comune nelle reti dei pescatori del Lario era senza dubbio l’Agone. A quei tempi l’Agone rappresentava mediamente il 50% del pescato totale, con valori pari a circa 200 tonnellate annue. In una rivista di pesca del 1891 è riportato che in quell’anno il pescato di agoni nel Lario ammontò a 235 tonnellate. La popolazione di Coregone, a quei tempi non aveva ancora sviluppato per intero il proprio potenziale, essendo stato introdotto nel Lario da pochi anni soltanto (la prima felice immissione del Coregone lavarello nel Lario risale al 1885). Curiosamente, secondo alcune testimonianze, il “primo” Lavarello del Lario, quello presente nei primi decenni successivi alla sua introduzione, mostrava qualche sensibile differenza rispetto alla forma attuale. R. Monti, in una ricerca sull’alimentazione dei pesci nel Lario del 1924, afferma infatti che “nel Lario oramai non sono rari gli esemplari di coregone che raggiungono il peso di 3,5 kg. Quest’anno furono catturati esemplari il cui peso si avvicinava ai 5 kg.” Attualmente la taglia del Lavarello non raggiunge simili dimensioni e gli individui di peso superiore al chilogrammo costituiscono già un’eccezione. Trovare i motivi di una simile modificazione è piuttosto difficile. Una recente (e affascinante) teoria attribuisce la progressiva diminuzione della taglia dei lavarelli del Lario alla selezione genetica operata per decenni dalle reti da pesca. La maglia attualmente adottata dalle reti per i lavarelli ha infatti una misura (35 mm di lato) più piccola di quella in uso nei primi decenni del secolo scorso, e tale da catturare precocemente i soggetti a più rapido accrescimento, favorendo la riproduzione degli individui di dimensioni minori. Anche se i dati precedenti, riguardanti il pescato degli ultimi anni dell’Ottocento, sembrano testimoniare una situazione di ricchezza e abbondanza, le prime avvisaglie di un forte calo delle produzione ittica apparvero proprio in quel periodo.

Un’apposita Commissione nominata agli inizi del Novecento per svolgere un’inchiesta sulla pesca nel Lario, iniziava con queste parole il lungo lavoro: “E’ un fatto certo, indiscutibile, constatato dai pescatori di professione e da chiunque peschi anche raramente e a solo scopo di diletto, che la pescosità del Lario è immensamente diminuita in questo ultimo decennio, e va di anno in anno rendendosi vieppiù scarsa”. Tra le cause allora individuata per dare spiegazione al declino del pescato troviamo alcuni fenomeni che ancora oggi vengono indicati come responsabili di gravi danni alla fauna ittica: “I battelli a vapore che distruggono il novellame e sconvolgono le uova sulle rive in tempo di frega, gli stabilimenti industriali sparsi sulle rive del Lario che scaricano strani prodotti chimici causa di forte sterminio, la costruzioni di sbarramenti senza la prescrizione di scale di monta per i pesci, la graduale soppressione delle spiagge ghiaiose a lento declivio, luogo di frega fondamentale per molte specie ittiche, per destinarle alla costruzione di ville, e soprattutto le irrazionali modalità di pesca, quali la cattura del pesce durante la frega e di taglia inferiore alla maturità riproduttiva”. Agli inizi del secolo la situazione andò quindi peggiorando e spinse nel 1910 A. Ricordi a scrivere un libro intitolato La fine della pesca nel lago di Como, dove si afferma che in quegli anni numerosi pescatori di Dervio, Onno, Bellagio e Lecco lasciarono le loro terre per trasferirsi sul lago Maggiore e sul lago di Lugano in cerca di maggiore fortuna. Alcune misure restrittive vennero applicate (divieto della rete denominata “bedina”) e il controllo divenne più rigido, ma negli anni ’20 la situazione si presentava ancora critica. Lo stesso R. Monti nel suo libro del 1924 La limnologia del Lario sottolinea la marcata diminuzione del pescato di agoni, “sia per la pesca sfrenata, sia per ripetute epidemie che fecero biancheggiare di cadaveri le acque del Lario”. Tali epidemie, secondo il Mazzarelli, furono dovute a infezioni causate da mixosporidi e decimarono la popolazione di Agone al punto che anche per questa specie si fece ricorso alla riproduzione artificiale.


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giovedì 19 novembre 2009

Flaghéé “LE BANDIERE DEL LARIO”



Enzo Santambrogio e Davide “Birillo” Valsecchi hanno portato ad oltre 6000 metri le bandiere realizzate dai ragazzi del setificio di Como ed adornate dalle poesie in dialetto comasco: «Siamo gente nostrana in giro per il mondo, è con la lingua dei nostri vecchi che chiediamo al vento di dare voce alle preghiere dei nostri giovani».
Ora i “nostri” si prefiggono una nuova avventura e ad aiutarli in quest’impresa una figura leggendaria del kayak: Andrea Alessandrini. Ora settantenne è stato 7 volte campione italiano kayak e 5 volte campione del mondo come costruttore kayak da competizione, un autorità nel mondo della nautica a remi che per passione ancora progetta rivoluzionari prototipi. L’obbiettivo è compiere il periplo del Lago di Como su di una canoa polinesiana a remi adornata dalle bandiere di tutti gli stemmi dei Comuni del lago: i Flaghéé, le bandiere del Lario.
I due assesi utilizzeranno infatti una canoa polinesiana a quattro posti, irribaltabile ed irrovesciabile, progettata da Alessandrini per chi, senza esperienza o affetto da disabilità fisiche, vuole avvicinarsi in piena sicurezza al mondo della canoa. L’equipaggio risalirà lungo le sue sponde raccontando giorno per giorno la loro avventura tra le meraviglie della natura, della storia e della cultura lariana portando con loro il messaggio di unione ed appartenenza simboleggiato dalle oltre 40 bandiere riunite in un’unica ghirlanda.
Al termine del loro viaggio saliranno sul Monte San Primo, la montagna più alta del Triangolo Lariano, e con una piccola cerimonia esporranno ai venti del lago la ghirlanda di bandiere così come hanno fatto in Himalaya. Giovani e anziani, abili e diversamente abili insieme per portare le bandiere della nostra terra attraverso il lago e le nostre montagne, insieme perché i nostri venti, la Breva ed il Tivano, diffondano per il mondo le preghiere lariane.
«In 3 mesi abbiamo percorso oltre 3500km attraverso l’India, oltre 400km a piedi salendo fino a 6000 metri di quota per portare le bandiere di Como quanto più in alto potevamo. Questo è stato il nostro recente viaggio. » - racconta Davide - «Ora giochiamo in casa, abbiamo davanti a noi solo i 160km in canoa del periplo del lago ed i 1600metri del Monte San Primo ma la vera sfida sarà superare le distanze tra la gente e dare voce allo spirito del nostro lago. Sarà un grande viaggio! »
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www.cima-asso.it/flaghee/
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lunedì 16 novembre 2009

LA PAGAIA DA MARE

In linea di principio, il metodo usato per scegliere una pagaia da fiume vale anche per la pagaia da mare: il kayaker, tenendo l’attrezzo al proprio fianco verticalmente, dovrebbe riuscire a raggiungere la sommità con le dita della mano piegate ad angolo retto. Per l’utilizzo in mare, in verità, la pagaia deve essere più lunga di circa una spanna, cioè di devono aggiungere circa 30 cm alla lunghezza misurata col metodo descritto.

Quando le pale sono disposte a 90° l’una rispetto all’altra, la pagaia si dice a pale incrociate. Questo tipo di attrezzo, a seconda della mano attiva del kayaker, può essere “destro” o “sinistro”. Quando le pale giacciono sullo stesso piano, invece la pagaia si dice dritta. Il primo tipo di pagaia richiede una rotazione alternata delle pale durante la voga per poterle immergere correttamente in acqua.



Le pagaie più diffuse tra i kayakers moderni sono quelle a pale incrociate, mentre le tradizionali pagaie groenlandesi sono dritte, cioè hanno le pale disposte sullo stesso piano. Quale tipo scegliere? Noi non abbiamo dubbi: se gli antichi abitatori dei grandi ghiacci avessero voluto dotarsi di pagaie a pale incrociate, lo avrebbero fatto senza problemi. Sono tanti i vantaggi offerti dalle pagaie groenlandesi (minor affaticamento nei lunghi percorsi, ridotto effetto vela in presenza di forte vento da prua, maggior facilità nell’esecuzione degli appoggi istintivi, possibilità di effettuare diverse manovre a pala lunga, etc…) che viene spontaneo chiedersi perché non siano le più diffuse tra i kayakers moderni. Una bella domanda. Forse è solo questione di abitudine.


Una buona pagaia da mare deve possedere alcuni requisiti fondamentali. Innanzitutto deve essere robusta, per ovvi motivi, poi deve essere leggera, per consentire al kayaker di pagaiare per molte ore di seguito. Non troppo, però, dato che deve mantenere una certa inerzia durante la pagaiata in avanti. Il manico deve essere abbastanza rigido, e in tal senso è ideale la fibra di carbonio; l’alluminio è sconsigliato, ottimo anche il legno. Il kayaker deve poter impugnare la pagaia comodamente, e a tal scopo il manico deve essere di sezione leggermente ovale in corrispondenza dei punti di presa, il che aiuta anche a individuare la posizione delle pale rispetto all’impugnatura.



Le pale possono avere superfici piatte, curve o a cucchiaio, con profilo squadrato, curvilineo o asimmetrico. Inutile sottolineare che la configurazione delle pale è un fattore di estrema importanza. Per minimizzare le turbolenze, esse devono immergersi dolcemente in acqua, senza provocare spruzzi. Ogni spruzzo che si produce significa energia che si perde. Le pale più efficienti sono quelle a cucchiaio. Tale conformazione garantisce una maggiore propulsione, ma è troppo marcata e tende a provocare molti spruzzi. Per quanto riguarda il profilo, quello curvilineo – e ancor più quello asimmetrico – consente alla pala di immergersi piuttosto dolcemente.





Con vento al traverso, una pagaia provvista di pale lunghe e sottili è meno soggetta alle raffiche. Questo perché viene immersa con un angolo più acuto, perciò resta con la pala inattiva più bassa sulla superficie dell’acqua. Con vento in poppa, la pagaie groenlandesi beneficiano dell’effetto vela dovuto alla maggior esposizione della pala inattiva, il che favorisce la progressione. Col vento al traverso, invece, questo tipo di pagaia offre una minima resistenza all’aria, a tutto vantaggio della stabilità. Così non è col vento contrario, per quanto sia modesta la resistenza. Occorre aggiungere che l’uso della pagaia groenlandese, eliminando l’esigenza di ruotare il polso della mano attiva, riduce al minimo il rischio di insorgenza di tenosinoviti all’avambraccio.



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giovedì 12 novembre 2009

LIBRI - SOLDI SUDATI




«C’erano tre categorie di contrabbandieri: alla prima appartenevano quelli che ci mettevano i soldi e pagavano il sacco; erano pochi e ricchi... Della seconda facevano parte i capi: decidevano il percorso, si incaricavano del trasporto della merce e del reclutamento… La terza categoria, la più disagiata, era quella degli spalloni: portavano sulle spalle per chilometri sacchi del peso di trenta, trentacinque chili. Paragonabili ad animali da soma, facevano grandi fatiche e rischiavano dalla galera alla pelle».

Comincia così il racconto di un anonimo contrabbandiere laghée nel libro Soldi sudati. L’autrice è Lucia Sala, appassionata di storia lariana, che a Bellagio è nata e vive tuttora. Collezionista di vecchi oggetti della vita quotidiana, curiosità, piccoli utensili da lavoro di valore etnografico che hanno trasformato la sua casa in un vero e proprio museo. La preziosa collezione etnografica è divenuta meta di visite guidate, per turisti alla scoperta degli aspetti più autentici e nascosti del territorio. Vincitrice di concorsi di poesia dialettale, nel 2006 Lucia ha compendiato i risultati di anni di personale e spontanea ricerca nel volume Tacàa al fööch, ricco di racconti sulla vita quotidiana del passato tra lago e montagne raccolti dalla viva voce dei testimoni. Tanta passione non poteva mancare di incrociare l’esperienza storica del contrabbando, “mestiere” tipico, sulle sponde del Lario e non solo, grazie al quale si sbarcava il lunario o si sognava un maggior benessere negli anni tra il Ventennio fascista e il boom economico. Al centro della ricerca sono i territori di Lezzeno, Plesio e Bellagio, nei quali l’autrice ha realizzato sedici interviste a protagonisti e testimoni dei fatti: capi, spalloni, rematori, autisti, semplici spettatori. Tra gli anni ’30 e gli anni ’70 del Novecento, Lucia Sala ha inseguito i fatti e le loro ragioni: le motivazioni di un’esistenza rischiosa sul filo di rasoio del “confine”, legate alle condizioni di vita, ai bisogni ed alle aspirazioni di un’epoca di povertà. L’indagine, corredata da 70 foto, approfondisce il ruolo dei “rematori” che assicuravano il trasporto sul lago delle “bricolle” con i “barchitt”, mentre i percorsi sono ricostruiti nelle 16 mappe che accompagnano le singole interviste. Si parla di Valle di Muggio, Valle Intelvi, Triangolo Lariano, Val Morobbia, Val Cavargna, Valle Albano, Val Menaggio: dove si macinavano decine di chilometri per notte pur di salvare il carico.
TITOLO: Soldi sudati. Il contrabbando lariano dal ventennio fascista agli anni settanta nel ricordo di chi lo ha vissuto.
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AUTORE: Sala Lucia
EDITORE: New Press
192 pagine, 2008
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martedì 10 novembre 2009

II° CINEFORUM INUIT - 2009/10

Cari amici di kayak, dopo il successo del primo Cineforum Inuit dello scorso anno, eccoci a proporvi un secondo ciclo di film e documentari sul Popolo Inuit del Grande Nord.
Nato quasi per gioco dalla passione condivisa per il kayak, il Cineforum Inuit propone anche quest'anno pellicole vecchie e nuove che raccontano la storia, le tradizioni e le speranze di un popolo straordinario.
E' stato possibile inserire nel programma anche due pellicole gentilmente concesse dal Museo Nazionale della Montagna di Torino.
Come lo scorso anno le proiezioni si terranoo presso la sede del CCM, che ringraziamo per l'ospitalità, in Via al Ponte 5 di Castelletto di Cuggiono (Milano) alle ore 20.45 nelle seguenti serate:

Venerdì 20 novembre 2009 - Building a kayak (1967)
Venerdì 18 dicembre 2009 - Avik e Albertine (1992)
Venerdì 22 gennaio 2010 - Kabloonak (1994)
Venerdì 19 febbraio 2010 - The Journals of Knud Rasmussen (2006)
Venerdì 19 marzo 2010 - Inauditi Inuit (2006)

Quest'anno l'iniziativa ha ottenuto anche un inatteso e lusinghiero Patrocinio della F.I.C.T.

Il cineforum è stato pensato per essere itinerante. Se siete interessati ad organizzare proiezioni e serate presso il vostro circolo o nella vostra città, contattate Tatiana Cappucci, infaticabile mente organizzatrice dell'iniziativa, al seguente indirizzo e-mail tatiyak@tatianacappucci.it, sarà così possibile contribuire alla ulteriore diffusione della cultura dei popoli artici.
L'iniziativa ha già riscosso un successo paragonabile a quello della scorsa edizione: sono subito pervenute numerose richieste da altri circoli per organizzare serate di proiezioni a Roma, Nettuno, Messina, Palermo, Catania, Genova, Chioggia e Torino.
Sul sito di Tatiana potete trovare ulteriori informazioni e le interessantissime schede sinottiche dei film proposti:
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lunedì 9 novembre 2009

LA CANOA ESPLORA IL MONDO – XXII EDIZIONE




La rassegna video-cinematografica di kayak, canoa e rafting "La canoa esplora il mondo" é un importante momento di incontro annuale di tutto il mondo turistico ed esplorativo del kayak italiano. Durante la rassegna vengono proiettati, in una grande sala cinematografica di Milano, i video e le immagini delle più entusiasmanti avventure di fiume e di mare effettuate da kayakers di punta italiani e stranieri durante i loro viaggi e le loro spedizioni in giro per mondo. Vengono altresì invitati a presenziare i più forti atleti italiani di Kayak Olimpico Velocità e Fluviale che abbiano ottenuto risultati di rilievo nelle competizioni internazionali, come Olimpiadi e Campionati Mondiali.

La XXII edizione si terrà Sabato 14 Novembre 2009 alle ore 20:30, al Centro San Fedele in via Hoepli 3/5 a Milano.
Qui sotto potete leggere il programma della serata con i titoli dei filmati selezionati:
1° tempo
THE LORD OF THE NORWAY di Marcello Parmigiani
ALASKA di Livio Bernasconi
HIPS VOL. l di Francesco Salvato
2° tempo
CALIFORNIA DREAMING di Michele Ramazza
VLADI PANATO: IL MITO di Alessandro Leonori
ALLA SCOPERTA DELLE ISOLE IONICHE DELLA GRECIA di Mauro Ferro e Tatiana Cappucci
SUP ON THIS di Corran Addison
3° tempo
EMPIRE OF THE SAN di Gigi Rizzitelli
NELLA TERRA DEGLI ZULU di Dario Stanghellini
TEVA EXTREME OUTDOOR GAMES 2009 di Carla Decker
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giovedì 5 novembre 2009

LA BANDIERA E LO STEMMA DEL NUNAVUT

Per scegliere la bandiera del Nunavut è stato celebrato un concorso molto partecipato tra i bambini delle scuole e gli artisti del paese e la Commissione appositamente costituita ha preferito i colori oro, bianco e blu per simboleggiare le ricchezze della terra, del mare e del cielo; l’Inukshuk simboleggia i monumenti di pietra che guidano la gente sulla terra e contrassegnano i luoghi sacri per gli Inuit, in coloro rosso in omaggio al Canada; la stella polare, Niqirtsuituq, simboleggia la tradizionale guida dei naviganti, che rimane sempre fissa come gli insegnamenti degli anziani nella comunità!

Il simbolismo racchiuso nello stemma, invece, è molto più complesso: al centro domina un tondo che rappresenta il cosmo; nella parte inferiore l’inukshuk rappresenta l’amicizia e la qulliq, la lampada di pietra saponaria, la luce ed il calore della famiglia e della comunità; nella parte superiore le cinque sfere dorate rappresentano ognuna le proprietà di dare vita del sole quando, ondeggiando sopra e sotto l’orizzonte, illumina il giorno della nascita del Nunavut; la stella polare al centro rappresenta la saggezza incrollabile degli anziani; più in alto, l’igloo rappresenta la vita tradizionale e significa la “sopravvivenza”, ma simboleggia anche i membri dell’Assemblea legislativa che si riuniscono per il bene del Nunavut, con la corona reale sovrastante che rappresenta il Governo democratico del popolo del Nunavut e l’eguale valore di questo territorio con gli altri territori e province della Confederazione Canadese. I due animali sacri, tuktu (caribù) e qilalugaq tugaalik (narvalo), gli animali della terra e del mare parte dell’ecosistema del Nunavut, costituiscono il nutrimento per gli esseri umani. Nella parte inferiore dello stemma sono rappresentati la terra ed il mare, rispettivamente sulla sinistra sotto gli zoccoli del caribù e sulla destra sotto la coda del narvalo, e sono raffigurate tre importanti specie di flora artica. Il motto, scritto alla base dello stemma, recita “Nunavut Sanginivut”: Nunavut, la nostra forza!


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lunedì 2 novembre 2009

LA PESCA SUL LARIO TRA PASSATO E PRESENTE (prima parte)

Il Lario
Tra le attività umane che si sviluppano naturalmente nei territori caratterizzati da un grande ricchezza di acque, un posto di primo piano spetta senza dubbio alla pesca. Il prelievo del pesce a scopo alimentare è pratica antichissima sulle rive del Lario e, anche se una ricostruzione precisa della pesca nel passato non recente è resa difficile dalla scarsità di documentazione sopravvissuta fino ai nostri giorni, possiamo comunque farcene un’idea grazie al alcune interessanti testimonianze scritte.


Cheppia

Senza dubbio nei secoli scorsi venivano catturati alcuni pesci che oggi sono totalmente scomparsi dalle sue acque. E’ il caso ad esempi di alcune specie migratrici, che potevano risalire il Po attraverso l’Adda, senza trovare il cammino sbarrato dalle dighe che ora interrompono il corso di tutti i nostri fiumi principali. Tra di essi ricordiamo la Cheppia, forma migratrice da cui deriva l’attuale Agone, specie stanziale nel Lario. La Cheppia era probabilmente presente nel Lario da maggio a settembre, mese in cui faceva ritorno al mare dopo essersi riprodotta nelle nostre acque. La più recente segnalazione sulla risalita delle cheppie fino ai grandi laghi subalpini risale alla prima metà del secolo XIX, quando Maurizio Monti ne attestò la presenza nel lago Maggiore.


Storione

E’ probabile che anche gli storioni potessero occasionalmente risalire nel Lario. Francesco Ballerini ne testimoniò così la presenza nel vicino Verbano: “L’anno 1609 fu sovente veduto nel lago Maggiore un pesce marino nominato sturione, stimato più di 400 libbre grosse (130 kg.)”.


Anguilla

Le giovani anguille in passato dovevano risalire numerose dall’Adriatico dirette alle profonde acque del lago, dove si accrescevano fina a raggiungere la maturità sessuale per poi ripercorrere il cammino inverso e migrare sino al lontanissimo Mar dei Sargassi per la deposizione delle uova. Già nel 1923, però, come riportato in una tabella sui pesci del Lario redatta in quell’anno da E. Pirola, vennero immesse artificialmente un milione di giovani anguille, a sostegno di una popolazione che, evidentemente, dava i primi segni di declino. Oggi, la presenza delle anguille nel Lario è strettamente connessa con le massicce operazioni di semina che vengono annualmente effettuate, essendo loro preclusa ogni possibilità di risalita naturale dal mare.

Trota di lago

Un’altra testimonianza sulla pesca lariana nel passato, che ci dà importanti indicazioni sulla fauna ittica allora presente, è raccolta nell’opera di Maurizio Monti, che nel 1846 descrive i pesci della Diocesi di Como. La trota di lago – scrive il Monti – era “copiosa e di carni gustosissime” e, nel mese di settembre in Alto Lago “si possono prendere più di 90 trote per mattina” mentre nel Lago di Mezzola “si presero colle gueglie in un giorno mille libre di trote (327 kg.)”. Oggi tale valore non è probabilmente raggiunto dal pescato annuale di trote, a testimonianza del declino subito da questa specie in conseguenza del peggioramento della condizioni ambientali del lago e dei suoi principali affluenti. Sempre il Monti ricorda che il Barbo veniva pescato “a cento libbre (33 kg.) e più per volta”, che “l’anno 1841 a Lezzeno e Lenno due pesche montarono per ciascuna a 3000 libbre (980 kg.) di pighi”, che “un pescatore di Carate l’anno 1835 sotto le mura di Como prese in un momento meglio di 200 libre (654 kg.) di alborelle” e che “l’anno 1832 la pesca del luccio rese cento zecchini a quei di Gera” (Monti 1846).


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giovedì 29 ottobre 2009

USCITE DOMENICALI INVERNALI IN KAYAK DA MARE SUL LAGO DI GARLATE

Lago di Garlate in inverno

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Con l'arrivo dell'autunno e l'accorciarsi delle giornate, si ripristina il classico appuntamento Domenicale dell'uscita in kayak mattutina sul Lago di Garlate (LC).

La prima uscita si terrà Domenica 1 Novembre e il ritrovo è fissato presso la sede nautica del CK90 a Vercurago (LC) alle ore 9:00.

L'uscita Domenicale partirà sempre dalla spiaggia di Vercurago e i percorsi saranno abbastanza brevi, circa una decina di chilometri (il giro del Lago di Garlate oppure escursione fino a Lecco e ritorno) in modo da essere di nuovo alla sede nautica per l'ora di pranzo.

Lo scopo di queste uscite, oltre al fatto di rimanere in allenamento durante la stagione fredda, è quello di un momento di ritrovo e di aggregazione anche con kayakers non iscritti alla nostra associazione. Infatti ricordo a chi non è del CK90, che le uscite Domenicali sono riservate ai soci per quanto riguarda l'uso dei materiali sociali (kayak, pagaie, spogliatoi e docce...) ma, per fortuna, le acque sono libere... e se qualche pagaiatore Lombardo e non, in autonomia, vuole farci compagnia ben venga!

Vi aspetto numerosi!

Per informazioni contattare Corrado (Nerrajaq) tel. 347-2913215
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lunedì 26 ottobre 2009

RECUPERI E SALVATAGGI

Stefano in appoggio alto

L’attività moderna di kayak da mare, pur prevedendo i salvataggi, non può prescindere dalla conoscenza dell’eskimo e degli appoggi. Rispetto all’attività fluviale si può affermare che, essendo più ampi gli spazi a disposizione per le manovre, si ha spesso la possibilità di effettuare anche colpi a pala lunga che, sfruttando una leva maggiore, hanno grandi possibilità di successo. Questo soprattutto se il kayaker utilizza pagaie di derivazione Inuit che, non presentando le pale incrociate e avendo facilità di presa per tutta la loro lunghezza, si prestano in particolare a questo tipo di colpi. Si parla di salvataggio quando l’uomo è in mare, quindi fuori dal pozzetto. E’ bene distinguere tra autosalvataggio e salvataggio assistito.


Uscita bagnata di Nerrajaq


L’autosalvataggio può essere effettuato grazie al paddle float, un galleggiante che si fissa a una estremità della pagaia, appoggiando poi questa a poppa del pozzetto, si ottiene un bilanciere che facilita notevolmente la manovra di risalita in barca. In alternativa si può eseguire l’eskimo. Per rientrare nel pozzetto si effettua una mezza capriola sotto il kayak, poi attraverso una spazzata, magari a pala lunga, si ristabilisce l’equilibrio. Con un valido sistema di svuotamento (una pompa di sentina), questa manovra permette di risolvere situazioni critiche in tempi molto rapidi.






Il salvataggio assistito è quello che prevede l’aiuto di uno o più kayakers del gruppo. Una volta in acqua, l’intervento del compagno può facilitare le cose, sia per la risalita, sia per lo svuotamento. I kayak da mare moderni, grazie alla presenza delle paratie stagne e al fatto che il ponte anteriore è di solito più alto di quello posteriore, possono essere svuotati con facilità anche in acqua ruotandoli e sollevandoli leggermente.





Le tecniche di recupero così come i salvataggi di qualunque tipo, devono essere provate e riprovate, coinvolgendo gli amici con cui si pagaia più spesso. E’ preferibile frequentare un corso per apprendere bene le diverse manovre utili ad acquisire un completo controllo del kayak. In seguito non resta che praticare assiduamente, magari partecipando alle manifestazioni che sempre più spesso vengono organizzate nella nostra penisola e all’estero.






Le ultime due foto ci sono state gentilmente fornite dalla cara amica di pagaia Tatiana Cappucci.
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mercoledì 21 ottobre 2009

DUE "INUIT DEL LARIO" SONO DIVENTATI ISTRUTTORI SOTTOCOSTA!!!

Bella foto di gruppo dei fantastici 9 fatta dal buon Luciano Belloni
I 9 nuovi istruttori, da alto sin: Luciano, Jacopo, Umberto, Felice, Vincenzo, Franco, Marco, Andrea e MarioDomenica scorsa, 18 ottobre 2009, a Porto Ercole (GR), è giunto finalmente a conclusione il Corso Istruttori Kayak Da Mare 2009 di Sottocosta, una splendida e stimolante esperienza iniziata nel mese di maggio. Gli aspiranti istruttori ammessi al corso erano 9, provenienti un po’ da tutta Italia: Vincenzo dalla Sicilia, Luciano e Jacopo dalla Toscana, Franco dalla Liguria, Umberto dalle Marche e 4 lombardi, tra i quali oltre a Marco e Andrea, due Inuit del Lario: Mario e Felice detto "Eppiluk", ovvero il sottoscritto.
Il corso è stato abbastanza impegnativo perchè gli argomenti trattati erano tanti e il livello di preparazione richiesto era alto. Abbiamo approfondito sia la tecnica dell’andare in kayak, che tutti gli aspetti legati all'insegnamento, le manovre di salvataggio e le nozioni base di primo soccorso, la lettura della costa e le carte nautiche, tecniche di marineria, meteorologia, attrezzature… e tanto altro.
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L’esito finale dell’esame è stato che Sottocosta si ritrova con 9 nuovi istruttori!!!
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Davvero un gran bel risultato, frutto di 5 mesi di boun lavoro dei formatori e degli studenti.
Approfitto di questa occasione per ringraziare, anche a nome di Mario, Sottocosta per quanto ci ha passato in termini di preparazione, stimoli e motivazione. Ringraziamo tutti i formatori per la grande professionalità, umanità e simpatia con cui hanno svolto il corso, così come tutti gli istruttori ed amici che hanno collaborato. Ringraziamo tutti i compagni di corso per l'amicizia e l'affiatamento. Personalmente, oltre naturalmente alla gioia di esser diventato istruttore di kayak da mare, sono contento di aver conosciuto così tanti nuovi amici, e onorato di essere entrato a far parte della famiglia di Sottocosta... davvero una bella esperienza!!
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Ecco che le nuove leve si impegnano a dare il loro -sostegno- all'associazione, qui rappresentata dal presidente Raymond Varraud. A destra il vice presidente Piero de Stefano e a sinistra Maurizio Consalvi, coordinatore dell'Accademia della Canoa FICT

lunedì 19 ottobre 2009

LIBRI - IL MERAVIGLIOSO UNIVERSO DEL GRANDE NORD




Per secoli l'Artico ha esercitato sull'uomo un fascino particolare, che lo ha spinto a esplorarne i mari e le terre e a voler conoscere la vita che si anima sopra e sotto i suoi ghiacci. Questo libro documenta la realtà di un luogo straordinario, in cui l'imponenza dei paesaggi, la bellezza della flora e della fauna e le tradizioni di popolazioni millenarie si fondono nella glaciale immensità dell'estremo lembo settentrionale della Terra.
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TITOLO: Il meraviglioso universo del Grande Nord
AUTORE: Marco Nazzari
EDITORE: White Star
pubblicato nel 2003, 224 pagine
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giovedì 15 ottobre 2009

SE L'EFFETTO SERRA FA FIORIRE LA GROENLANDIA




SE L'EFFETTO SERRA FA FIORIRE LA GROENLANDIA
L'isola dei ghiacci beneficiata dal cambiamento climatico

Articolo di Francesca Paci, "La Stampa" 13.09.2009

All'inizio del secolo scorso, quando Otto Frederiksen provava e riprovava a piantare semi nella terra brinosa di Qassiarsuk, un piccolo villaggio nel sud della Groenlandia, gli abitanti lo guardavano come un povero pazzo. Oggi, tra le casette rosse, azzurre e verdi con il tetto spiovente dove vivono una settantina di persone, sono spuntati broccoli, carote e zucchine. "Ci stiamo avvicinando alle condizioni climatiche dell'Europa settentrionale" ripete il figlio ultraottantenne Erik Rode Frederiksen, chiamato così in onore del leggendario Erik il Rosso, il Cristoforo Colombo vichingo che nel 986 approdò tra questi fiordi ancora vergini e li trovò verdissimi. I suoi discendenti scomparvero 300 anni dopo, vittime della glaciazione che avrebbe inghiottito l'84 per cento della Groenlandia ibernandolo fino ai nostri giorni. Il cerchio della storia si chiude: il surriscaldamento del pianeta, che avrà effetti catastrofici sull'umanità, regala ora agli uomini dei ghiacci il beneficio mai conosciuto della primavera."Alterazioni relativamente ridotte della temperatura possono in una prima fase risultare positive, soprattutto nelle zone estremamente fredde" spiega Bob Ward del Grantham Research Insitute on Climate Change della London School of Economics. Ieri mattina due navi commerciali del gruppo tedesco Beluga hanno annunciato d'aver attraversato con successo il mare Artico, il leggendario passaggio a Nord-ovest vagheggiato dagli inglesi sin da 1553, quando il condottiero di Sua Maestà Richard Chancellor si arenò tra gli iceberg e fu costretto a marciare a piedi nella tundra fino alla corte moscovita di Ivan il Terribile. Con la distesa di ghiaccio che fino a una decina d'anni fa bloccava la strada ai naviganti, l'impresa sarebbe stata impossibile."I cambiamenti climatici non sono un male per tutti, ci sono sempre vincitori e perdenti" osserva Alessandro Farruggia coautore con Vincenzo Ferrara del volume "Clima: istruzioni per l'uso" (Edizioni ambiente). Nella cittadina di Ilulissat, 4500 persone e 5000 cani da slitta all'ombra del Srmeq Kujalleq, il più grande ghiacciaio del mondo al di fuori dell'Antartide, sulla costa nord occidentale della Groenlandia, i fiordi sgombri come mai prima d'ora si sono riempiti di turisti. "Li portiamo in barca con noi tra gli iceberg" racconta il pescatore Karl Thumassen. Nel porto, incorniciato dalle abitazioni rosse e dal cimitero bianco affacciato sulla baia di Disko, ristorantini con i tavoli di legno servono prosciutto di foca e carne di tricheco. E pazienza se non durerà in eterno. Anche gli Inca, concordano i paleo-ecologi, non si sarebbero imposti come la più grandiosa civiltà precolombiana senza l'impennata della temperatura che nel 1100 alterò l'ecosistema andino per oltre 400 anni. Dopo secoli d'astinenza i groenlandesi si godono il loro posto al sole."I raccolti sono migliori, è vero, il sud del paese sembra rinato" dice al telefono il trentaseienne Mininnguaq Kleist, ex responsabile dell'ufficio d'autogoverno della Groenlandia annullatosi quest'estate dopo l'approvazione danese del referendum per l'autonomia. Oggi Mininnguaq, che gli amici chiamano Minik, si occupa di rapporti con l'Europa al dipartimento affari esteri, a pochi passi dal suo appartamento nel cuore trendy della capitale Nuuk. Anche qui, dove vivono un quarto dei 57 mila abitanti del paese, la terra ha cominciato a fruttare. "Coltiviamo patate, roba che 15 anni fa sarebbe sembrata una barzelletta" ammette lo scienziato Minik Rosign. Certo, parecchi sono tagliati fuori: difficile immaginare la primavera del remoto paesino di Kullorsuaq, 400 anime al centro di un'isoletta nel profondo nord, dove i medici fanno visita una volta al mese. "Il surriscaldamento penalizza l'entroterra dove le lastre di ghiaccio si assottigliano e i cacciatori non riesco a guidare le slitte come un tempo" continua Mininnguaq. Le aree polari sono coperte da permafrost, terreno ghiacciato con dentro carbonio, muschio, torba, metano, che, liquefatto, è impraticabile. Quelli che possono hanno cominciato a spostarsi nei villaggi di Narsarsuaq, Qaqortoq, Kangersuatsiaq, per dedicarsi alla pastorizia e offrire bed & breakfast ai turisti meno sofisticati.La Groenlandia ha i suoi tempi. Il ghiaccio che sfrangia i fiordi si scioglie meno rapidamente rispetto al mare artico, dove ha uno spessore massimo di 15 metri. Secondo l'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il comitato scientifico delle Nazioni Unite incaricato dell'effetto serra, ci vorrebbero diverse centinaia di anni, forse un migliaio, prima di scongelarla completamente. Magari non succederà mai. Intanto però il presente è strategico, anche perchè anticipa l'accesso ai ricchissimi giacimenti di gas e petrolio finora assolutamente blindati."Stiamo lavorando molto bene, l'estrazione dello zinco è stata notevolmente agevolata dall'innalzamento della temperatura" ci spiega Nick Hall, amministratore delegato della Angus&Ross, la società britannica proprietaria della miniera di zinco Black Angel, una tra le più promettenti risorse nazionali insieme all'alluminio e al greggio della costa orientale su cui sventolano già le insegne della Chevron, della Exxon, della canadese Husky Energy. Scoperta negli anni trenta e scavata tra il 1973 e il 1990, la Black Angel, uno dei maggiori giacimenti del pianeta, è stata finora protetta da una parete invalicabile di ghiaccio. La Angus&Ross l'ha acquistata nel 2003, mentre i prezzi dello zinco schizzavano alle stelle, e nel 2006 due geologi hanno trovato un varco attraverso il South Lakes Glacier che si ritirava a vista d'occhio. Se il termometro cresce di un grado vicino all'equatore, qui ne guadagna almeno quattro. "Tutto merito del cambiamento climatico - concede Nick Hall -, ma in fondo è un ritorno all'epoca verde dei vichinghi". Nel villaggio di pescatori a ridosso della miniera, uomini e donne macellano le foche sulle rocce, ignari del passato lussureggiante dell'isola e incerti sul futuro."L'effetto peggiore dello scioglimento dei ghiacci della Groenlandia è sulla corrente del Golfo" continua Alessandro Farruggia. Il vecchio continente, distante tremila chilometri, farebbe bene a ricordarsene: "Il meccanismo funziona come un orologio, quando la corrente calda arriva all'altezza dell'Europa del nord si raffredda, il sale precipita, la corrente fredda e salata torna indietro. Se s'immettesse un flusso rilevante d'acqua fredda e dolce, il ciclo si arresterebbe compromettendo l'equilibrio climatico". E' già successo a dire il vero, milioni e milioni d'anni fa. Allora, in piena epoca glaciale, c'era un grande lago tra il Canada e il Nord Dakota. Quando la lingua di ghiaccio che lo conteneva si sciolse e una valanga d'acqua fredda e dolce confluì nell'Atlantico la corrente del golfo s'inceppò per 1100 anni. Come stavolta, ci furono vincitori e perdenti. Sostiene l'archeologo americano Brian Fagan che quel raffreddamento costrinse le genti del Mediterraneo a coltivare la terra, non potendo più raccoglierne i frutti, e gettò le fondamenta dello sviluppo mesopotamico. Corsi e ricorsi. Stavolta potrebbe essere l'umanità intera a soccombere. Intanto sulle tavole tra i fiordi della Groenlandia, si serve cotoletta di tricheco e insalata indigena. Alla salute di Erik il Rosso.

Segnalato da Marco “Eko” Ferrario.

Ilulissat .

lunedì 12 ottobre 2009

I “MISSOLTINI”: ANTICHE TRADIZIONI LARIANE

Se fossimo chiamati a redigere un elenco dei termini maggiormente legati alla tradizione lariana, una delle prime posizioni spetterebbe indubbiamente alla parola “missoltini”. Infatti, pur non esistendo notizie precise riguardo all’esatta origine e al momento storico in cui tale vocabolo venne coniato, da sempre questo sì è identificato in un prodotto alimentare derivato dalla pesca che fu di importanza strategica per il sostentamento delle popolazioni rivierasche lariane, dai tempi più remoti fino ai primi decenni di questo secolo.

Allora, era la pesca, attività influenzata da forti variazioni stagionali nell’entità del catturato, a porsi come principale fonte di proteine animali, integrando così i pochi prodotti che l’attività agricola poteva fornire. Si poneva però il problema di come conservare a lungo il pesce catturato in periodi di abbondanza. Era soprattutto il caso dell’Agone, specie ittica fra le più utilizzate a scopo alimentare sul Lario, che si avvicina a riva in grossi banchi, rendendosi facilmente catturabile, solamente durante i mesi di maggio e giugno, in occasione della riproduzione.


La soluzione più utilizzata sembra essere stata quella della salagione, pratica basata su regole empiriche, la cui applicazione sui pesci d’acqua dolce venne testimoniata in forma scritta gia nel XV secolo, nel Libro de arte coquinaria di Mastro Martino da Como. In verità, per gli agoni, non si trattava di semplice salagione: ad essa venivano abbinati l’essiccatura e un lungo periodo di pressatura, che avveniva dopo che gli agoni erano stati disposti all’interno di piccoli tini di legno. Quest’ultima operazione, oltre allo scopo di rendere il prodotto meno soggetto all’irrancidimento eliminando il grasso superfluo, aveva quello non meno importante di fornire ai pescatori olio lampante per l’illuminazione delle loro modeste abitazioni. Si trattava di un metodo di conservazione efficace pur basandosi su elementi semplici e naturali: le tre esse, dicevano i pescatori, il sale, il sole, i sassi.




Oggi, pur essendo nettamente migliorate le condizioni generali della popolazione, i missoltini non sono stati dimenticati; sulle rive del Lario sono ancora parecchi i pescatori di professione che si dedicano alla preparazione di questo prodotto cercando di seguire le tecniche e gli accorgimenti tramandati oralmente e via via perfezionati nel corso degli anni; la salagione e l’essiccatura vengono praticate con le medesime modalità di allora, mentre la pressatura avviene oggi in contenitori metallici a cui viene applicato uno speciale torchio la cui azione, di intensità regolabile, favorisce la perdita di acqua e grassi.





In seguito alla rivalutazione di tutti i prodotti alimentari tradizionali, anche la collocazione commerciale dei missoltini ha oggi mutato radicalmente; infatti, essi non rivestono più il ruolo originario che li ha visti per secoli comparire come genere alimentare di prima necessità, bensì hanno assunto quello di specialità gastronomica ad elevato valore aggiunto, che compare sempre più comunemente nei ristoranti e nei negozi di gastronomia più affermati.




Allo scopo di verificare le reali caratteristiche e la qualità del prodotto, l’intero processo di lavorazione è stato recentemente seguito controllando l’evoluzione chimica e microbiologica dei missoltini in tutte le loro fasi tecnologiche, a partire dal materiale fresco fino al prodotto finito. L’indagine ha rilevato, oltre a una notevole qualità nutrizionale legata in particolare alla componente lipidica, un’ottima situazione dal punto di vista igienico. E’ infatti da sottolineare la completa assenza di microrganismi contaminanti, tanto che la carica batterica totale va riferita esclusivamente a batteri alofili e a lattobacilli, la cui presenza è da considerarsi senz’altro positiva poiché, come avviene anche per gli alimenti conservati con metodologie più moderne, è indice di una buona conservazione.E’ stata quindi confermata anche su basi scientifiche una felice intuizione degli antichi abitatori del Lario; essi avevano capito, basandosi semplicemente sull’esperienza, che quella era per loro l’unica via possibile per sfruttare appieno le insostituibili risorse lacustri; per noi, oggi, i missoltini rimangono una gustosa testimonianza della vita e delle antiche tradizioni lariane.



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