"INUIT DEL LARIO" - CANOA KAJAK 90 A.S.D. (Scuola di canoa da mare F.I.C.K.)

LA PASSIONE PER IL KAYAK DA MARE, LA NATURA E GLI AMICI...



"vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde, di andare e venire
ricominciare a fluire..." (Tiromancino)



lunedì 16 giugno 2014

IL REGNO DEL QAJAQ (7)


Il ghiaccio che si forma nell’Artico è fondamentalmente di tre tipi: 1) Ghiaccio temporaneo (fast ice), si forma intorno ai litorali e d’estate si unisce alla banchisa; 2) Pack o banchisa (drift ice), costantemente in movimento; 3) Ghiaccio polare o banchisa polare (polar pack). Quest’ultimo è quello più esclusivo e significativo del bacino polare. 



Le temperature d’estate superano di poco zero gradi, non sono sufficienti quindi a provocare lo scioglimento della calotta ghiacciata; in questo modo il pack polare può risultare vecchio di molti anni. Grazie al suo potere isolante, può raggiungere uno spessore uniforme di circa tre metri, ad eccezione delle dighe di pressione che si formano quando campi di ghiaccio differenti si scontrano e i loro bordi si sovrappongono, raggiungendo un’altezza di 6-10 metri. Questo evento, data la relativa tranquillità meteorologica dell’estrema zona polare, è comunque molto raro, anche perché a tali latitudini lo strato di ghiaccio, molto spesso e compatto , non ha possibilità di movimento.



Ben diverso è invece il comportamento della banchisa mobile (drift ice), soggetta a spostamenti continui tra le ampie porzioni di mare libero; gli incontri-scontri fra le varie superfici ghiacciate provocano veri barriere, gli “hummock”, accumuli di lastroni di ghiaccio di difficile superamento per chi viaggia con la slitta. Piccoli campi ghiacciati si uniscono a formare aree estesissime, le quali, scontrandosi nuovamente con altri campi, si riducono in lastre di pochi metri quadri di superficie, in una successione di movimenti che dura fino ad autunno inoltrato. 



Fonte: Il meraviglioso universo del grande Nord.

lunedì 9 giugno 2014

TRE ISOLE E UN EREMO - LE ESCURSIONI DEL RADUNO



Per questo raduno si sono programmati due itinerari per i due giorni a disposizione. Il primo giorno sabato 24 Maggio ci si è mossi lungo il tragitto segnato in rosso dal numero 1 al 21 di 21 km. Il secondo giorno domenica 25 Maggio di soli 12 km dal numero 1 al 6 e ritorno fino a raggiungere Caldè con rientro nel primo pomeriggio. Le operazioni di imbarco dei numerosi kayak da punta San Michele ci hanno impegnato per una mezzora abbondante. 



La prima costruzione incontrata sul tragitto di sabato è il Forte di Cerro. Abitazione ora privata che un tempo ospitava due batterie di cannoni e due ordini di feritoie per fucili oltre ad una terrazza anch’essa armata. Insieme al Forte San Michele proteggeva l’ingresso al porto di Laveno ritenuto strategicamente fondamentale per mantenere il possesso del lago Maggiore. 



Al chilometro 5 del percorso troviamo poi l’Eremo di Santa Caterina del Sasso. L’Eremo costruito nel 1195 per celebrare la Santa, deve il suo nome all’episodio della caduta di cinque massi ‘ballerini’ che lo sovrastavano e che nel cadere rimasero conficcati nella volta della chiesa senza distruggerla e che poi vennero rimossi nel 1910. La chiesa è impreziosita da cicli di affreschi raffiguranti episodi relativi alla vita dei santi, ed ha la particolarità di essere stata frequentata nei secoli da numerose e diverse congregazioni religiose. Notevole la vista che da esso si apre sul Verbano. 


Si svolta poi per giungere alla prima isola, l’isola Bella ancora in gran parte appartenente alla famiglia Borromeo, seguita poi dall’Isola dei Pescatori e dall’Isola Madre più alcuni isolotti minori. L’insieme delle isole costituisce l’arcipelago delle Borromee. Noi ci siamo fermati per la sosta panino di mezzodì su quella dei Pescatori che risulta l’unica stabilmente abitata e densa di attività commerciali, negozietti, barche di pescatori, ristoranti. Inoltre è dotata di una spiaggia libera dove si può comodamente appoggiare i kayak. 


Dopo esserci radunati per la traversata da Punta della Castagnola a Cerro siamo tornati a Punta San Michele. La giornata è volata e nelle camerate poi la stanchezza per alcuni “si è fatta sentire”. Il secondo giorno partenza con calma e si è puntato Caldè paese la cui costa è occupata dai resti di insediamenti industriali destinati alla lavorazione della calce. Numerose le fornaci che si incontrano in questa zona. Il resto della costa in questa direzione è occupato da ville private e relativo giardino. 


 

Al rientro caricati i kayak sulle auto si è rientrati verso la sede nautica del CK90 dove si è arrivati in serata. In sintesi grazie al CK90 e a Sullacqua per aver organizzato un week-end meraviglioso in posti dal paesaggio unico, ricchi di storia e di tradizioni! Arrivederci al prossimo anno! 



Testo del Luis (Inuit del Lario)

lunedì 2 giugno 2014

TRE ISOLE E UN EREMO – RADUNO NAZIONALE DI KAYAK DA MARE SUL LAGO MAGGIORE


Il 24 e 25 Maggio a Laveno Mombello (VA) si è svolto il raduno nazionale di kayak da mare “Tre isole e un Eremo” organizzato dall'associazione Sottocosta in collaborazione con le associazioni Canoa Kajak 90 e Sullacqua e con il patrocinio della FICK. L’evento si è svolto presso la sede della Lega Navale che si trova a Laveno nella ex-caserma Austriaca di San Michele. L’edificio costruito nel 1854 per proteggere le rive del lago da possibili incursioni dei Piemontesi è ancora in ottimo stato nonostante gli utilizzi diversi a cui si è prestato: caserma, stabilimento per la produzione di ceramica, dopolavoro. Sul lato destro nella foto si nota la Batteria di Punta con statua ornamentale che poteva ospitare tre cannoni. 


Noi del CK90 siamo arrivati in gran parte venerdì 23 Maggio in tarda ora. Il resto dei partecipanti ci ha raggiunto il 24 Maggio mattina. In totale al raduno erano presenti quasi sessanta canoisti. Dopo una breve riunione di coordinamento con l’illustrazione del programma dei due giorni e la distribuzione dei panini, si è partiti per la prima delle due escursioni sul lago Maggiore: 25 km in direzione Sud con rientro in serata. 



Il lago Maggiore, di origine glaciale, è così chiamato perché un tempo si riteneva fosse il più esteso della regione prealpina. Il nome di ‘Verbano’ risale invece ad un nome dato durante la dominazione romana. I principali affluenti del lago sono i fiumi Ticino, Maggia e Toce, mentre da Sesto Calende esce il solo Ticino.


Al rientro sabato sera ci attendeva una cena comunitaria composta da antipasto con salumi e formaggi e piatto forte di polenta con carne o gorgonzola; vini in abbondanza, meringata finale. Alla fine della serata si è svolta la lotteria con estrazione di premi consistenti in attrezzature da kayak. Agli Inuit del Lario del CK90 il primo premio: una pagaia Groenlandese in legno della Avatak!


Domenica 25 Maggio la seconda escursione di 10 km che ci ha condotto verso Nord costeggiando le rive. Rientro nel primo pomeriggio e caricate le vetture si è partiti in ordine sparso e a malincuore. Un magnifico week-end di Maggio, assistiti dal bel tempo, in buona compagnia e in una collocazione perfetta per un canoista. Il tutto raccordato da una perfetta organizzazione.



Testo del Luis (Inuit del Lario)
Altre foto sono nella galleria degli Inuit del Lario.

lunedì 19 maggio 2014

L’ESKIMO A PALA LUNGA (EXTENDED PADDLE INUIT ROLL)


Per eseguirlo è necessario tenere la pagaia in posizione estesa per ottenere una leva maggiore ed aumentare la probabilità di riuscita della manovra. Si può fare con la pagaia moderna ma risulta più efficace con quella groenlandese. Ecco come va eseguito. 


Piegate in avanti il busto, stendendo le braccia verso la prua del kayak. Tenete la pagaia normalmente, ma fate scivolare la mando attiva fino circa metà del manico. Con la mano sinistra invece, afferrate l’angolo superiore della pala posteriore, tenendo il pollice verso l’esterno del kayak. Portate la pagaia fuori dal bordo, parallela allo scafo, in modo che il dorso della pala anteriore sia adagiato sulla superficie dell’acqua, e l’altra pala si trovi a livello dell’anca. Se necessario, fate scivolare ancora un po’ la mano di controllo sul manico, in direzione della pala posteriore, restando sempre piegati in avanti. 



Ora rovesciatevi completamente, mantenendo la pagaia parallela allo scafo e spingendola fuori dall’acqua. Tenendo il braccio destro esteso eseguite una spazzata lateralmente da prua verso poppa, fino a portare la pagaia a 90° rispetto alla chiglia del kayak. Durante il movimento, la pagaia dovrà restare parallela alla superficie dell’acqua. 



A questo punto si esegue il colpo d’anca per raddrizzare il kayak fuoriuscendo di schiena verso poppa. La testa è l’ultima parte del corpo che deve uscire dall’acqua. Ci si può aiutare anche con movimento di chiusura in appoggio basso inclinandosi in avanti. 



lunedì 12 maggio 2014

LA PANTANA, DALL’AFRICA ALLA KAMCHATKA


Appartiene all’ordine Charadriiformes, famiglia Scolopacidae. Il suo nome scientifico è Tringa nebularia. E’ la più grande del suo genere, con una lunghezza corporea di circa 30-33 cm, con un robusto becco e lunghe zampe verdi, che costituiscono importanti caratteri diagnostici. Il dorso è di colore grigio, con macchie e strie nere e marroni, il piumaggio delle ali è nero e piuttosto uniforme, mentre il ventre è bianco; in volo è evidente l’ampia barra bianca sopra la coda. E’ simile alla Pettegola, che però ha zampe rosse. 



Nidifica nella fascia boreale delle foreste di Europa e Asia; evita le zone montuose o con vegetazione troppo fitta, preferendo ambienti piuttosto aperti, frammisti ad alberi e cespugli, o le aperte foreste di conifere. In migrazione frequenta zone inondate, marcite o cordoni sabbiosi, per raggiungere le zone umide dei quartieri di svernamento, situati sia sulle coste che all’interno. Si nutre principalmente di invertebrati, soprattutto insetti nei siti di nidificazione, ma cattura anche pesci. E’ una specie monogama e scarsamente gregaria, le singole coppie nidificano in territori separati e attivamente difesi. Al ritorno della migrazione, le pantane occupano solitamente lo stesso territorio dell’anno precedente e nidificano con lo stesso partner; se possibile, mantengono queste abitudini per tutta la vita. 



Il suo areale di nidificazione di estende dalla Gran Bretagna alla penisola della Kamchatka, sull’Oceano Pacifico. I principali quartieri di svernamento sono distribuiti tra le isole dell’Oceano Indiano fino alla Cina orientale all’Australia, in misura minore sverna in Europa occidentale, nel bacino del Mediterraneo e in Africa nord occidentale. In Italia è migratrice regolare e, in piccola parte, svernante. La popolazione nidificante conta circa 150.000 coppie, in gran parte distribuite in Russia; In Italia svernano circa 500 individui, distribuiti prevalentemente nelle zone umide costiere, e, in misura minore, in quelle interne. 



lunedì 5 maggio 2014

IL REGNO DEL QAJAQ (6)


Un altro fattore che influisce sull’attività umana e limita gran parte delle sue operazioni, è la lunghissima oscurità invernale. Poiché però l’uomo polare non vive esattamente al Polo Nord, ma a latitudini comprese fra i 60° e gli 80° Nord, l’oscurità non è mai completa, in quanto una fonte di luce sufficiente a distinguere gli oggetti e il profilo del paesaggio si manifesta quando il sole è ancora 6° sotto l’orizzonte. Anche nel giorno più corto dell’anno, a 72° 30’ di latitudine è presente un crepuscolo sufficiente a consentire di muoversi sul terreno; una superficie coperta da neve è un ottimo riflettore naturale che intensifica la luminosità della debole luce solare. 


Inoltre in assenza di sole, la luna, grazie all’atmosfera estremamente tersa d’inverno, diffonde una luce in grado di creare ombre che consentono così all’uomo di superare percorsi molto accidentati. In prossimità del Polo Nord la luna non tramonta per due settimane: basta anche la luce di una mezza luna per rendere possibili di attività di caccia, i viaggi di trasferimento nonché lo studio scientifico. L’atmosfera artica è dunque ricca di fenomeni e di particolarità diversissime, ma il mare non è da meno e offre una molteplice varietà d’aspetti. 


Se vi è un elemento centrale nell’Artico, attorno a cui tutto ruota, questo è il mare, il cui studio è importante tanto quanto quello delle terre che lo circondano; l’estensione delle acque artiche è quasi doppia di quella della tundra; inoltre il mare è biologicamente ben più produttivo dei territori che bagna. Il suo maggiore interesse risiede nel fatto che presenta caratteristiche diverse da quelle di tutti gli altri mari. Il fattore preminente è la grande distesa di ghiaccio che lo ricopre per la maggior parte; questo scudo posto al sommo della Terra ha un potere di riflessione enorme, pari a diverse volte il potere di riflessione dei terreni normalmente innevati e che può raggiungere l’85-88% di riverbero della luce solare ricevuta. 


Fonte: Il meraviglioso universo del grande Nord.

domenica 27 aprile 2014

CORSO BASE DI KAYAK DA MARE ANNO 2014



Il corso base di kayak da mare è tenuto da istruttori qualificati (FICK, UISP e SOTTOCOSTA) presso la "Scuola di Canoa da Mare" dell'associazione Canoa Kajak 90 ASD.

La Scuola è riconosciuta dalla FICK (Federazione Italiana Canoa Kayak) ed è situata presso il centro sportivo di Vercurago (LC) in via Lungolago A. Moro, 31.

La finalità del corso base è quella di imparare a condurre un kayak su acque calme di mare, di lago e di fiume. Verrà insegnata la tecnica base e le principali manovre di sicurezza.

REQUISITI RICHIESTI:
- Iscrizione all’associazione Canoa Kajak 90 ASD.
- Certificato medico di idoneità alla pratica sportiva non agonistica.
- Saper nuotare.

PERIODO E DURATA DEI CORSI:
- Periodo estivo da maggio a settembre, nei giorni feriali nelle ore serali (dalle 18:00) o nel fine settimana.
- N. 8 ore totali, ripartite in sei lezioni, in gruppo di tre persone, della durata di circa un’ora e mezza, suddivise in 1 o 2 lezioni settimanali, con modalità da concordare con l’istruttore.

MATERIALE:
- Kayak, pagaie e giubbotti salvagente sono forniti dalla Scuola per tutta la durata del corso.

Al termine del corso, con l’iscrizione all’associazione si ha diritto a continuare ad usufruire del materiale nautico messo a disposizione per i Soci e frequentare la preparazione atletica invernale in palestra fino al 31 Dicembre.

Al termine del corso, un’escursione in kayak nel Parco Adda Nord di tutti i partecipanti ai corsi, accompagnati dagli istruttori, concluderà la stagione.

Per l’iscrizione o per ricevere maggiori informazioni, la Segreteria (presso la sede nautica) è aperta il Giovedì sera dalle 21.00 alle 22.00 oppure da:

Corrado Mazzoleni (Nerrajaq) 347.2913215
Felice Farina (Eppiluk) 349.5216020

e-mail:
inuitdellario@gmail.com

NB: nel menù del blog c’è il modulo di adesione e le quote associative per l’iscrizione al corso.

lunedì 21 aprile 2014

ESERCITAZIONI DI ESKIMO (INUIT ROLL) IN PISCINA



Il periodo invernale, quando le condizioni climatiche rendono meno frequenti le uscite in kayak, è l’occasione per imparare, perfezionare e tenere allenata la manovra dell’eskimo (Inuit roll), naturalmente in una calda e confortevole piscina coperta. Sono ormai alcuni anni che il CK90 si affida, per questo, ad una struttura sportiva di Cesana Brianza, la FIT&SPA Emotion, in cui c’è una piscina profonda 1,20 m, ideale per questo tipo di attività.


Oltre all’eskimo, in piscina, si possono anche mettere a punto manovre quali l’appoggio basso e l’appoggio alto. Una buona padronanza di tutte queste manovre aumenta la sicurezza dell’andare in kayak, aumenta la confidenza con la propria imbarcazione e con l’acqua. Il cambiamento è anche nell’atteggiamento psicologico del canoista che, in situazioni critiche con onda e vento, sa di poter contare sulle manovre di emergenza fondamentali, gli appoggi e l’eskimo, quelle che fanno parte della seconda linea di difesa della tecnica del kayak da mare.


L’eskimo è una manovra che può sembrare difficile, e l’idea di stare a testa in giù, nel kayak e sott’acqua crea qualche timore. E’ invece alla portata di tutti, non richiede forza o particolari doti atletiche, serve solamente calma, coordinazione, un po’ di pazienza per impararlo e tanto esercizio. Naturalmente la presenza di un buon insegnante è indispensabile per una corretta impostazione e un veloce apprendimento; ci guiderà, passo passo, in una serie di esercizi preparatori, utilizzando anche vari accessori, come galleggianti, paddle-float e pagaie modificate, per capire e apprendere al meglio la tecnica. Quattro le fasi in cui lo si può schematizzare: posizione di partenza, spazzata, colpo d’anca e posizione finale. In piscina è possibile analizzare ed esercitare ogni singola fase in tutta tranquillità, con la supervisione dell’istruttore che ci fa assistenza a pochi centimetri di distanza.

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Per ovvi motivi di spazio si usano kayak da torrente in plastica, lunghi circa due metri e mezzo, ma una volta appresa la manovra non sarà affatto difficile metterla poi in pratica con un kayak da mare lungo oltre 5 metri. I principi e la tecnica sono sempre quelli, a prescindere del tipo di kayak che usiamo.

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Testo, foto e video del Luis (Inuit del Lario).

lunedì 31 marzo 2014

PAGAIARE DI NOTTE


Può capitare di dover pagaiare di notte magari perché si rientra tardi da un’escursione oppure perché è comunque un piacere organizzare una “notturna” con la luna piena in periodo estivo. Pagaiare al buio richiede tempo stabile e dichiarato; richiede una perfetta conoscenza del tragitto che si sta percorrendo. Se si è in gruppo, prima di partire si deve decidere che starà per primo e chi starà per ultimo; ogni tanto conviene fermarsi e contarsi per controllare che nessuno sia rimasto indietro oppure si sia perso. E’ sicuramente scontata la navigazione sottocosta per evitare la collisione con motoscafi, traghetti, barche di pescatori e qualsiasi altro tipo di natante. Ricordatevi che di notte fa più freddo e quindi vestitevi adeguatamente e tenete nei gavoni un indumento da indossare (una giacca d’acqua per esempio) in caso avrete freddo. 



Di notte, in navigazione, i natanti superiori a una certa lunghezza mostrano sempre una luce verde a dritta e una rossa a sinistra. In base alla lunghezza, possono avere una o due luci bianche visibili da prua, quella posteriore più in alto. Se vedete una luce verde, vuol dire che l’imbarcazione sta procedendo dalla vostra sinistra alla vostra dritta, viceversa se la luce è rossa. Se vedete entrambi le luci, e magari anche una o due luci bianche, toglietevi subito di torno: vi sta venendo addosso. 



Per legge, un kayak che naviga di notte deve essere dotato di una luce bianca, visibile a 360°, da utilizzare soltanto quando occorra segnalare la propria posizione. Si possono quindi applicare al kayak sia a poppa che a prua le luci stroboscopiche stagne che usano i subacquei: sono visibili da molto lontano e hanno una lunga durata. Esistono alcune torce stagne, anche di piccole dimensioni, che possono essere legate al giubbotto salvagente (queste hanno luce fissa o lampeggiante). Infine una torcia frontale applicata sulla testa è molto utile per essere visti e per poter scorgere gli altri compagni e illuminare la bussola e il ponte anteriore. Infine per fare in modo che il vostro equipaggiamento sia ben visibile di notte, acquistate un salvagente con strisce di materiale riflettente; applicate del nastro catarifrangente sulle pale della pagaia e sui fianchi del kayak. 


domenica 16 marzo 2014

IL ROSPO, NEL LAGO A PRIMAVERA



Il nome scientifico è Bufo bufo. I maschi sono lunghi circa 8 cm, mentre le femmine, ben più grosse, possono raggiungere anche i 20 cm; sono i più grossi anfibi delle regioni europee. Ama i boschi umidi e conduce la sua vita nel sottobosco, dove di giorno se ne sta nascosto tra il fogliame ed esce solo di notte, per fare compagnia al altri insettivori specializzati, come il riccio, di cui condivide l’habitat.




L’incontro casuale con questo anfibio ha sempre destato un po’ di disagio, a volte addirittura disgusto. Eppure anch’esso ha un fascino e un’utilità indubbia dentro il sistema a maglie fitte della vita del bosco. Uno dei motivi primi dell’antipatia nei suoi confronti potrebbe essere quello della pelle, che si presenta butterata e a volte liscia; un secondo elemento potrebbe essere costituito dalle sue abitudini notturne e dalla sua lentezza; quando gli animali se ne stanno immobili al buio, fissandoti negli occhi, subentra spesso un senso di disagio, forse immotivato, ma che mette una certa apprensione. Di vero c’è il fatto che i rospi posseggono delle ghiandole sulla pelle, in particolare le due protuberanze che si notano dietro le orecchie, ai lati del capo, in grado di emettere sostanze tossiche. Anche se non sono veramente velenose, esse sono in grado di irritare le mucose di chi lo tocca.




Parente stretto delle rane, il rospo ama un po’ meno l’acqua, verso la quale si dirige solamente nel periodo riproduttivo. Quando viene la primavera, verso fine marzo, essi si risvegliano dal sonno invernale. Come gli altri animali a sangue freddo che vivono nelle regioni settentrionali, d’inverno non possono tenersi attivi per mancanza del calore necessario, per cui devono trovarsi un rifugio, generalmente una buca sotterranea, dentro la quale ripararsi dal rigore invernale. Quando la temperatura esterna si fa mite, e la vita si rianima, anche i rospi escono dai loro rifugi, e il primo istinto è quello riproduttivo. Si mettono in movimento tutti assieme, per cui si assiste a una vera e propria migrazione verso gli stagni e i laghi. In pochi giorni, file interminabili di rospi si muovono, preferibilmente di notte ma, con il brutto tempo anche di giorno, in direzione dei luoghi dove sono nati. I maschi migrano prima, e occupano i territori in attesa dell’arrivo delle femmine.




Nei rospi la fecondazione è esterna, per cui il compito del maschio è quello di accaparrarsi una femmina, alla quale si aggrappa saldamente sul dorso, e di attendere che deponga le uova, per poi irrorarle in acqua, con il suo seme biancastro. Le uova, deposte in lunghi filari dentro un cordone gelatinoso, restano aderenti alla vegetazione acquatica, in attesa della schiusa. Non di rado i luoghi scelti per la deposizione non manterranno sufficiente acqua per tutto il tempo necessario alla trasformazione da girino a rospo, per cui molti piccoli sono destinati a soccombere.




La sua lentezza, che non gli permette l’agilità nel salto che hanno invece le rane, lo ha esposto ai pericoli della predazione; così, madre natura lo ha dotato delle ghiandole velenifere che ricoprono la sua pelle. Se un predatore, una volpe o un altro carnivoro, tenta di addentarlo, la secrezione irrita le mucose della bocca e provoca immediatamente una reazione, causando sofferenza e forte salivazione; l’esperienza resta fissata nella memoria, e ciò rende i rospi egregiamente difesi dai loro attacchi. Solo le bisce, come la natrice dal collare, suo acerrimo nemico, non gli lasciano scampo; sembrano infatti immuni dall’effetto di tali sostanze. Anche alcuni rapaci, seppure casualmente, lo predano senza danni, in quanto lacerano la sua pelle e si cibano esclusivamente delle carni e delle viscere.I rospi hanno solo due nemici. Un nemico invisibile è un dittero specifico, la bufolucilia, che depone le uova sulla sua pelle e le cui larve, dopo la schiusa, migrano e si installano all’interno delle cavità nasali, provocando gravi parassitosi che lo possono portare anche alla morte. L’altro nemico a cui non può facilmente sfuggire, visto la sua lentezza nei movimenti, sono le automobili che finiscono per schiacciarlo durante le migrazioni primaverili dal bosco al lago.




Da alcuni anni gli Inuit del Lario contribuiscono attivamente alla campagna di “Salvataggio Rospi” del WWF di Lecco nelle località lariane di Melgone, in comune di Mandello del Lario (LC), e di Onno (LC), durante la quale si raccolgono e si trasportano oltre 15.000 esemplari di rospo comune. Nei due tratti, per un fronte totale di 2 km, si alternano vari volontari di associazioni e cittadini comuni, indicativamente da aprile a maggio, nel monitoraggio della migrazione nuziale di questi misteriosi animali, appartenenti all'ordine degli anfibi, che scendono dalle pendici del Monte Moregallo, per raggiungere le rive lacustri del Lario, dove le femmine deporranno le loro uova. Il fenomeno si ripete ad ogni inizio stagione e, se tra il luogo dello svernamento e quello della riproduzione si interpone la strada, la sorte di molti rospi sarebbe segnata, schiacciati dalle auto in transito. Grazie al posizionamento di barriere speciali a monte e a valle della strada e all’impegno dei volontari, gli animali possono essere raccolti in secchielli e trasportati indenni ai luoghi di riproduzione. Da diversi anni si ripete questa operazione, che ha permesso di salvaguardare e incrementare la popolazione di anfibi che abita i boschi delle pendici del Monte Moregallo.
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Se sei interessato a partecipare puoi contattare gli Inuit del Lario!
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Foto di Riccardo Agretti e Eppiluk (Inuit del Lario).

lunedì 10 marzo 2014

IL REGNO DEL QAJAQ (5)



L’energia di un’aurora boreale abbastanza ampia supera la produzione di energia elettrica di tutti i paesi del mondo sommati insieme; un bilione di volt con una corrente di un milione di ampère. La cortina luminosa che osserviamo lungo un arco est-ovest è la forma più comune di aurora boreale; quando l’intensità del fenomeno aumenta, il fronte comincia a ondulare e si ripiega su se stesso in enormi curve a “S”, per poi dispiegarsi di nuovo. Più le particelle provenienti dal sole sono cariche di energia, più penetrano in profondità nella ionosfera e più diventa alta la parete di luce, che può raggiungere un’altezza di 500 chilometri. 



Per mezzo di fotometri sensibili a un solo tipo di colore, si è riusciti a capire meglio il meccanismo delle aurore boreali: i colori verde pallido e rosa sono prodotti al centro della cortina dell’azoto molecolare e alle estremità dall’ossigeno molecolare; il colore rosso è prodotto dall’ossigeno atomico. Scendendo gradualmente di latitudine, scompaiono le luci verde pallido e orsa e rimane visibile solo il rosso. Svaniscono anche i delicati disegni delle cortine ondeggianti e l’aurora boreale si riduce a un esteso bagliore di colore rossastro, comunque ben visibile nell’oscurità della notte. 



Solitamente siamo abituati a riconoscere la materia in tre strati: solido, liquido e gassoso; il plasma è il quarto strato della materia, in cui questa si trova in forma di gas altamente ionizzato. L’aurora boreale è l’evento più vicino a noi in cui il plasma si manifesta naturalmente. Tale fenomeno è pertanto di grande interesse, non soltanto spettacolare, ma anche scientifico e rappresenta, insieme al buco dell’ozono, uno dei casi planetari attualmente sotto l’attenta osservazione degli scienziati. 



Fonte: Il meraviglioso universo del grande Nord.