"Vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare,
e avere la pazienza delle onde di andare e venire, ricominciare a fluire..."
(Tiromancino)

lunedì 2 luglio 2012

IL VOLTOLINO, IL FANTASMA DEL CANNETO



Appartiene all’ordine Gruiformes, famiglia Rallidae, uccelli dal volo goffo che prediligono rifugiarsi a terra tra la vegetazione bassa. Il suo nome scientifico è Porzana porzana. Simile al più comune Porciglione, ma di taglia inferiore, con lunghezza del corpo intorno ai 23 cm., e ancora più elusivo. Il becco è giallo e corto con una macchia rossa alla base superiore. Ha corpo diffusamente screziato, bruno sul dorso e grigiastro nelle parti inferiori e sui fianchi, dove le striature sono meno evidenti nel Porciglione. Anch’esso ha coda corta, mantenuta sollevata a mostrare il sottocoda bianco-camoscio.




Si nasconde mimetizzandosi perfettamente tra carici e fitta vegetazione erbacea, in aree palustri e prati inondati, con livello dell’acqua mai superiore ai 30 cm., dove tra particolarmente abbondanti gli invertebrati di cui si nutre. Può capitare di udire il suo verso, un fischio acuto ripetuto ritmicamente a oltranza, anche a pochi passi, ma di non scorgerne né la sagoma né il movimento della vegetazione in cui si trova. Costruisce il nido al suolo vicino all’acqua o addirittura sopra aree allagate. Il nome comune del Voltolino sembra derivare dal nome dato a questa specie nel pisano, forse perché quando nuota nell’acqua in cerca di insetti gira rapidamente su se stesso beccando a destra e sinistra per impadronirsi della preda.




La specie è diffusa soprattutto nell’Europa balcanica e nord orientale, mentre la distribuzione diventa frammentaria nella parte più meridionale. In Lombardia è localizzato come nidificante in alcune zone umide, è presente – anche se poco rilevabile – in periodo migratorio e assente nella stagione fredda, allorché scende più a sud per lo svernamento. Le aree di più frequente nidificazione in Lombardia risultano il Lago di Pusiano, il Pian di Spagna, le Torbiere d’Iseo e i laghi di Mantova.




Le popolazioni europee sono state stimate in circa 55.000 coppie, di cui non più di 200 in Italia. Sicuramente, vista la sua natura elusiva, la specie è sottostimata e in più aree sfugge all’osservazione di ricercatori. Il Voltolino è stato inserito nella Lista rossa degli uccelli nidificanti italiani tra le specie considerate in pericolo.



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lunedì 25 giugno 2012

I POPOLI DEI GHIACCI DEL GRANDE NORD (17)



La solidarietà di gruppo era la terza importante caratteristica delle genti Inuit, necessaria per sopravvivere in un ambiente così critico. Si è parlato a questo proposito di un comunismo primitivo, che consisteva nell’equa distribuzione, fra i componenti della comunità, del cibo a disposizione. In caso di gravi e lunghe carestie, per salvaguardare la difesa del gruppo, venivano sacrificate le neonate: i maschi erano risparmiati poiché con il tempo sarebbero diventati validi cacciatori. Era inoltre uso comune sacrificare chi, essendo troppo anziano, non poteva apportare alcun contributo alla comunità; i vecchi si suicidavano semplicemente esponendosi al freddo intenso. Questo accadeva con grande sofferenza di chi, abituato a un profondo affetto familiare, doveva aiutarli in un atto così estremo.




Gli Inuit non erano gelosi, né possessivi nei confronti dei propri coniugi: lo scambio di mogli avveniva consensualmente e senza scandalo. Persino i figli, che erano accuditi con la massima cura e con profondo amore, potevano essere ceduti in adozione, in base a un principio di equilibrio sociale che tendeva a bilanciare il numero della prole delle diverse famiglie.




La famiglia Inuit era anche una famiglia naturale nel senso etimologico, scevra da eccessi autoritarismo: all’interno di essa, ciascuno adempieva alle proprie responsabilità, anche in età molto giovane, ed era rispettato da tutti.



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lunedì 18 giugno 2012

SISTEMI TRADIZIONALI DI PESCA, CONSERVAZIONE E CONSUMO DEGLI AGONI SUL LARIO (parte seconda)

Gli Agoni pescati venivano poi conservati per tutto l’anno tramite il processo di conservazione a mezzo essiccatura e salatura in barili e mastelli di legno. Gli agoni seccati e salati si chiamano "Missoltitt" (in italiano missoltini). Descrizione d’epoca del sistema di conservazione: “Si prendono gli agoni, si cavano loro le intestina, indi posti in un recipiente, vi si sparge sopra del sale. Pei magri si adoperano 30 grammi o poco più di sale e pei grassi 90 per ogni libbra di agoni, indi pongonsi in filze lunghe metro ed anche più e tenendole distese con una bacchetta si fanno disseccare al sole".




"Seccati convenientemente, si schiaccia loro il capo e l’uno a fianco dell’altro ben stivati si pongono in file dentro un mastello di legno, più largo al basso che all’apertura, e fra l’una e l’altra fila si pongono delle foglie di lauro. Empiuto il mastello, si copre con un coperchio di legno, e poscia si pone in calca sovrapponendosi dei pesi… a poco a poco sopra il mastello galleggia dell’olio, il quale può servire per bruciare nelle lampidi”.





Gli agoni più pregiati sono quelli grassi, pescati quindi in autunno e in inverno che però sono anche i periodi più difficili in cui stanno distanti dalla riva e dal pelo dell’acqua. L’agone è stato in passato una delle fonti di proteine pregiate per l’alimentazione, vi si accostavano tutte le fasce economiche della popolazione. I pescatori erano obbligati in periodo di quaresima a rifornire i mercati cittadini con una certa percentuale del loro pescato. Dal ricettario d’epoca “Si cuoce con erba salvia, o si frigge all’olio o al burro. Fritto si può carpionare e conservarsi parecchi giorni. Il modo più lodato per cuocerlo è alla barcaiuola, cioè ponendolo alla gratella ancor boccheggiante e lottante con la morte…".






"Anche colle curadure, ossia interiora, si fa un ghiotto manicaretto, appetitoso soprattutto dai bevitori. I Missoltitt, servono da companatico principalmente nelle vigilie quaresimali. Si cuociono alla brace e si mangiano con qualche salsa piccante. In altre circostanze possono fare le veci delle acciughe.”




I Missoltitt sono il piatto più noto della gastronomia lecchese.
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Testo del Luis (Inuit del Lario)
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lunedì 11 giugno 2012

EQUIPAGGIAMENTO DI SICUREZZA



Il kayak da mare è una disciplina inclusa negli sport definiti “outdoor” e cioè quelli praticati all’aperto, in un ambiente naturale come quello acquatico (mare, lago e fiume) talvolta ostile e quasi sempre imprevedibile. Quindi per praticare il kayak da mare, la sicurezza è alla base non solo della preparazione teorico-pratica del kayaker (tecnica di base e avanzata, auto-salvataggi, navigazione) ma anche dell’equipaggiamento di sicurezza che abbiamo a bordo sulla nostra imbarcazione; equipaggiamento che ci può essere utile per noi stessi e per i nostri compagni di escursione
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Il nostro kayak dovrebbe disporre oltre al materiale essenziale come pagaia, salvagente, paraspruzzi, paddle-float e pompa di sentina, di diversi equipaggiamenti ausiliari che, stivati nei gavoni, possono essere utili in caso di necessità e talvolta salvarci la vita.




Una sacca da lancio galleggiante che, custodita nel pozzetto, nel terzo gavone o sul ponte, deve avere una portata utile di almeno 15 metri.
Una pagaia smontabile di scorta da fissare sulla coperta del kayak che sia facilmente raggiungibile dal kayaker.
Una cima di traino per trainare un compagno che per varie ragioni non è più in grado di pagaiare. Una cima di traino che va applicata direttamente sul ponte posteriore del kayak ma esistono in commercio delle cime di traino, molto comode, da legare alla vita come un marsupio.
Una luce stroboscopia stagna da usare come segnale di pericolo.
Un fischietto o un avvisatore acustico.
Il telefono cellulare che va risposto in una sacca stagna trasparente.
La bussola e il GPS.
Un kit di pronto soccorso.
Un coltellino da kayak.
Abbigliamento vario che può sempre servire in caso di cambiamento delle condizioni atmosferiche (giacca d’acqua, maglietta termica a maniche lunghe, cuffia in neoprene, moffole, nordovest).
Il paddle lesh che è un laccio che serve per legare la pagaia al kayak o al giubbotto salvagente.



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