"Vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare,
e avere la pazienza delle onde di andare e venire, ricominciare a fluire..."
(Tiromancino)

lunedì 23 aprile 2012

ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE: I PONTI FERROVIARI DELL’ADDA LECCHESE

Nel 1873 veniva collocato il ponte in ferro sull’Adda tra Olginate e Calolziocorte. La linea ferroviaria Milano-Lecco-Sondrio aveva destato meraviglia all’epoca per le difficoltà costruttive affrontate quali “trincee… gallerie di 300 mt… muri di sostegno… manufatti per sovrapassaggio a corsi d’acqua e a strade… e il grandioso ponte in ferro a travata per l’attraversamento del fiume Adda…”.




A costruire il ponte è l’Impresa Industriale Italiana di Costruzioni Metalliche di Castellammare di Stabia (NA) all’epoca la più importante a livello europeo nel settore, forte dell’esperienza fatta sulle ferrovie di mezza Europa partendo da quelle del Regno di Napoli fino alla San Pietroburgo-Varsavia, e a seguire con i ponti in ferro sul Po del Regno d’Italia.




Il ponte consisteva in una struttura reticolare in ferro di sezione rettangolare a 3 campate, con pile di sostegno in muratura per una lunghezza totale di 104 mt. Le sezioni dei ferri erano state calcolate e ottimizzate secondo moderni metodi di Scienza delle Costruzioni.




Danneggiato nel 1944-45 dai bombardamenti degli Americani, venne sostituito nel 1954 con quello attuale sempre in travatura di ferro. Il tutto fu eseguito in una notte facendo slittare sul lato destro il vecchio ponte appoggiato su una struttura provvisoria sulla quale fu poi smontato, accostando il nuovo ponte e imbullonandolo la notte stessa “con grande utilizzo di maestranze specializzate”. Ora il ponte del 1954 è anch’esso dismesso e sostituito dal nuovo realizzato in occasione del raddoppio della linea Milano-Lecco; entro il 2015 verrà però recuperato nell’ambito del progetto di pista ciclo-pedonale attorno al lago di Olginate.




Ispirandosi al lavoro della ditta napoletana, nel 1886 le officine lecchesi “Antonio Badoni” realizzano una analoga struttura reticolare su pile per la linea ferroviaria Lecco-Como, il ponte in ferro si colloca tra il Ponte Azzone Visconti (comunemente chiamato Ponte Vecchio) e il quartiere lecchese di Pescarenico.




I due ponti di Lecco si pongono in reciproco rapporto visivo dando vita ad un suggestivo dialogo tra Metallo e Pietra, nuovo e antico, costituendo una delle immagini emblematiche di Lecco e che sancisce il declino dell’Adda come via fluviale per il trasporto delle merci e delle persone in favore delle vie ferrate.




Testo del Luis (Inuit del Lario)
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lunedì 16 aprile 2012

PAGAIARE IN AVANTI (parte prima)


Pagaiare significa cercare un punto fisso in acqua e trasformarlo in spostamento del kayak. I colpi effettuati con la pagaia devono tramutarsi in manovre del kayak. Dalla pagaiata in avanti allo spostamento laterale, all’eskimo, bisogna sempre cercare di bloccare la pala nell’acqua come se la si conficcasse nella terra. Ogni volta che cercheremo di ottenere uno spostamento del kayak per mezzo della pagaia dovremo aver sempre ben chiaro questo concetto fondamentale.




La pagaiata in avanti è il colpo di pagaia che ci permette di raggiungere al meglio l’obiettivo di spostarci in avanti. Probabilmente sarà il primo colpo di pagaia che impareremo e… probabilmente anche l’ultimo che finiremo di imparare. Si dovrà cercare un punto fisso in avanti e lì cercare di fare scivolare il kayak. Nella sua reale applicazione saranno tantissime le variazioni al colpo ideale.




Correnti, vento, onde, instabilità del kayak e altre innumerevoli circostanze ci porteranno ad adottare un colpo che si allontanerà dal modello ideale. Ricordatevi sempre che nella catena acqua-pagaia-kayaker-kayak si dovranno limitare i momenti in cui possa venire sprecata energia.




In questo modo, attraverso gli arti inferiori, scaricheremo la potenza sul kayak e soprattutto sul puntapiedi per riuscire a spostare più efficacemente in avanti l’imbarcazione. Le braccia applicano sul manico della pagaia una coppia di forze: un braccio tira e l’altro spinge; cercate però di sfruttare al massimo, grazie alla torsione del busto, i grandi e forti muscoli dorsali. I punti di contatti con il kayak, premicosce e puntapiedi, spingeranno avanti l’imbarcazione mantenendola piatta sull’acqua.




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lunedì 9 aprile 2012

SULLE TRACCE DI ROALD AMUNDSEN. VIAGGIO A GJOA HAVEN.



Destinazione Nunavut. Nuovo territorio federale di amministrazione Inuit. Partenza alle quattro e mezzo del mattino. Mi ci vorranno otto aerei e oltre venti ore di volo per raggiungere la destinazione artica, e poi ritornare alla base di Charleston (S.C.) dopo dieci giorni. Lassù sulle sponde di una baia a forma di uncino, in un territorio immenso oltre il Canada, si trova Gjoa Haven. Il solo menzionare quel nome richiama la vicenda di una storia bellissima. Questo villaggio è stato fondato da Roald Engelbert Amundsen tra il 1903 e il 1906 durante un’epica esplorazione del passaggio a nord-ovest che sbalordì il mondo intero. Sorprese tutti l’impresa del vascello Gjoa per la sua partenza lampo, i mezzi limitati a disposizione, la passione negli animi dei sette esploratori, l’influenza benevola della sorte. Ed alla fine, il rocambolesco annuncio di Amundsen, dopo un’interminabile corsa in slitta lungo il fiume Yukon fino al primo telegrafo, in Alaska. Il gruppo di norvegesi passò in quella baia ben due inverni incontrando nelle vicinanze dei cacciatori Inuit e fraternizzando poi con loro e le famiglie. Così, per caso, si formò proprio allora una piccola comunità che ancora oggi vive, coi suoi milleduecento residenti, una quotidianità fatta di incontri, affettuosità e profonda umanità. Lì Amundsen imparerà da quella umile gente, a vestirsi come un Inuit, a cacciare e a pescare in ogni stagione, a usare con astuzia cani e slitte, a costruire l’igloo, a leggere i volti di neve e ghiaccio, a saper aspettare il momento propizio, e a comprendere le rotte iscritte dal vento sui mari di ghiaccio. Proprio lì, nel passaggio a nord-ovest Roald ritornava alle radici vichinghe per preparare la più grande impresa della sua vita: la conquista del polo sud (1911).




All’arrivo il piccolo aereo tocca la pista con un tonfo sordo, stiamo scorrendo veloci su di una superficie ghiacciata circondata a trecentosessanta gradi dal biancore artico. A bordo, siamo in cinque, e quatti quatti attendiamo l’attracco. Tutto va liscio. S’apre il portellone. “Welcome! Benvenuti!” Siete arrivati quasi in cima a tutta la terrestrità del mondo. Il sole vola basso sull’orizzonte, ed è lì che appartiene a queste latitudini, mentre i profili di oggetti e persone, bersagliati dalla luce intensa, s’accendono di bagliori che vanno subito ad evaporare nell’infinito candore. Mi aspetta Gerard nella gelida sala d’aspetto, un simpatico irlandese dal baffetto vispo che mi darà uno strappo al rustico alloggio di cui è il gestore. Il gelo è brulicante. Siamo a -40, e tra una folata e l’altra, il mirino della temperatura scorre molto più in giù. Facendo conversazione, mi racconta del luogo e della gente, mentre io rivelo lo scopo preciso della mia visita. Sono a Gjoa Haven per incontrare il nipote di Roald Amundsen, un certo Paul Ikuallaq che sarà anche la mia guida nei dintorni di Uqsuqtuuq (nome Inuktitut di Gjoa Haven che significa “un’abbondanza di grasso”). Con Paul, intendo esplorare i dintorni, incontrare la comunità, parlare del nonno, e capire da dentro e fuori quello che il norvegese ha imparato da quella gente che riesce a farla franca in quei luoghi così ostili. Gerard capisce allora che sono uno degli occasionali pellegrini che compaiono sulle traccia di Amundsen e della sua memoria. Lasciate le mie cose in camera, provo a recarmi al monumento dell’esploratore su di un promontorio di fronte alla baia. Inutile, quel frettoloso tentativo. Il freddo e il vento mi costringono a un rientro forfettario. L’equipaggiamento alpino non è sufficiente da queste parti. Devo trovare una soluzione con Paul, che senza dubbio potrà aiutarmi. E’ lui, la mia guida Inuit. Con il suo retaggio, e la mia ammirazione per il nonno, non può che esserci un buon feeling sin dall’inizio. L’indomani vado a casa sua e da subito faremo amicizia. Incontrerò la moglie, i nipotini e quasi tutta la famiglia. In un inglese sillabato pazientemente la signora Ikuallaq mi confesserà di essere nata in un igloo, e che lì faceva freddo, a pensarci bene, ma che stando tutti insieme si sentiva meno quel freddo. Finisce il racconto con una frase lapidaria, pronunciata da chi l’ha vissuta nei contenuti: sì, la natura può essere crudele. Mi vestiranno con alcune cose del figlio e poi scivoleremo via oltre la doppia porta di casa verso l’avventura dei ghiacci e di Amundsen. Prima tappa i luoghi dove i norvegesi hanno costruito i rifugi per vivere e per condurre lo studio scientifico del polo nord magnetico. Fotografo le placche commemorative e leggo con attenzione le notizie che riportano. Alla storia ufficiale si aggiungono le testimonianze di elders locali. Uno di loro è Bob il fratello di Paul. Penso di essere proprio sulla pista buona. Poco dopo, andiamo a fargli una visita nella sua casa di fronte alla baia. Entriamo, siede vicino alla finestra, ci saluta con un sorriso distaccato e prudente. Prende i binocoli e per un attimo guarda lontano parlando tra sé. “Ci sono i cacciatori di foche sulla banchisa, stanno seguendo le tracce della volpe in cerca di una preda…” “Fantastico” mi dico, sto davvero entrando nell’anima del luogo, nei suoi intimi meandri. Seguirà una lunga conversazione dove l’uomo aprendosi, riderà, farà battute, rivisitando con magnanimità la figura del nonno. Sunto dell’incontro, Amundsen si era comportato in modo amichevole con gli Inuit, c’era stato scambio reciproco, e anche loro avevano imparato dagli esploratori ricevendo oggetti utili. Alle parole dell’anziano, non posso fare a meno di pensare al Duca degli Abruzzi, a Cagni, Vittorio Sella e a tutti quegli italiani che nell’avventura artica avevano dimostrato la nobile dote della solidarietà, e dell’apertura mentale verso nuovi mondi. Del resto, lo stile di gestione del norvegese e quello del Duca erano stati simili. Non solo permettendo a ogni membro della spedizione di avere un certo spazio di libertà personale, ma anche perché si erano sporcati le mani come tutti gli altri. Rischiando di prima persona ed evitando protagonismi inutili o di protocollo. In cima al Sant’Elia in Alaska, il Duca degli Abruzzi era salito davvero insieme a tutti gli altri membri della spedizione. Evitando inchini e onori di rango. Sentendosi onorato tra quei compagni di viaggio, a cui porgeva un comando basato sul carisma e la forza delle braccia.




Riempito lo stomaco con qualche galletta ligure trafugata dal bagaglio personale, eccoci via di nuovo, in motoslitta all’inseguimento dei cacciatori sulla banchisa. A una crepacciata ci fermiamo, e Paul mi spiega che è lì che le foche affiorano per prendere una boccata d’aria rischiando di essere catturate. Con un arpione delicatamente saggia la consistenza della neve. Finita l’operazione, prendiamo la rincorsa con lo skidoo e saltiamo al di là di quei bordi di gelo mantecato. Andiamo avanti in una distesa che spazia mozzafiato a 760 gradi. Sparisce a distanza il villaggio con le sue ultime casupole. Passata una docile collina siamo veramente soli, in un mare che vaga tra una folgorante varietà di blu, celeste e bianco. Non so dove stia andando, cosa stia inseguendo, tutto sembra uguale e monotono, a tratti accecante. Il freddo mi imbavaglia lo sguardo, le mani si rifugiano dietro le spalle del conducente. Ma quella Vespa artica sembra saettare con una maestria e un’agilità che chiudendo gli occhi mi fa sentire in una viuzza di Genova. Il rumore è così familiare che si sta bene al sentirlo. Fa casa. All’improvviso una fermata brusca. Come dal nulla sono sbucati due cacciatori. Uno di loro è un uomo anziano in uno spesso parka fatto di pelle di caribou. Non parla inglese. Viene avanti levandosi un guanto e offrendomi la mano. A quella temperatura è un puro atto di coraggio. Ma il tipetto è a suo agio, ride, parla in Inuktitut con Paul. La caccia è andata a buca oggi, e ci riproverà domani. L’altro cacciatore è un insegnante di educazione fisica nella scuola locale. Scruta pensoso l’orizzonte. «A dieci o dodici miglia in quella direzione ci sono un gruppo di giovani con gli elders che stanno insegnando loro a come sopravvivere sul ghiaccio». Paul sorride. Sa bene quello che significa quell’esperienza. Sa anche che impareranno. Con l’indigena artic patrol ha per anni vagabondato lungo il passaggio a nord-ovest. Assieme a Dané, Metis, e altri Inuit, per giorni e mesi ha fatto spola da Resolute Bay a Cambridge Bay. Saliamo sulla motoslitta, s’avvia il motore. Il vespino riprende la corsa. Per un attimo, guardo la luce che adesso rosea bagna un lastricato di ghiaccio infinito. Per il freddo, riappendo lo sguardo. E dentro di me capisco, che per noi liguri il deserto di ghiaccio era stato da sempre il mare: con il suo richiamo muto e costante. Umbratile, lo skidoo alato dirige verso il tramonto. L’avventura nel Grande Nord continua.

Massimo Maggiari



lunedì 26 marzo 2012

LUNGOLAGO DI LECCO: PIAZZA MARIO CERMENATI



L’unica Piazza che si affaccia sul lungolago di Lecco è quella dedicata a Mario Cermenati (Lecco 1868 - Castel Gandolfo 1927). Originariamente detta “Piazza del Grano” fu dedicata al naturalista e politico lecchese nel 1927. La statua in marmo e basamento in pietra era originariamente in bronzo poi requisito nel 1943 per esigenze di guerra. A sinistra del Cermenati, l’edificio con la torre, è la vecchia dogana, chiamato dai lecchesi “Palazzo delle Paure”.




Cermenati, figlio di famiglia nobile per parte di madre mentre il padre era un ricco commerciante, fu allievo dell’abate Stoppani che gli trasmise la passione per le scienze naturalistiche e in particolare lo studio del proprio territorio sotto l’aspetto naturale e quindi: Montagne e Laghi. A 17 anni Mario pubblica la rivista “Il naturalista Valtellinese” (la madre è di Sondrio), si iscrive alla facoltà di Scienze Naturali, diventa professore alla Università di Roma. Nel 1903 in qualità di Presidente della “Società di Mutuo Soccorso tra Pescatori Lariani” difende in parlamento i diritti dei pescatori di Lecco contro chi voleva limitare i metodi usati all’epoca per la pesca agli agoni.




Cermenati prosegue nella carriera politica e viene eletto nel 1909 alla Camera dei Deputati nelle file dei liberali; dopo qualche anno sarà sottosegretario all’Agricoltura. Personaggio eclettico, tra le varie attività di cui si è interessato sono arrivate ai giorni nostri il “Parco Nazionale del Gran Paradiso” di cui fu uno dei promotori e “La Palestra Enigmistica” rivista che pubblicò quando frequentava il gruppo lecchese della “Scapigliatura Lombarda” la rivista sulla quale Giuseppe Airoldi, funzionario del Comune di Lecco, aveva pubblicato il primo cruciverba italiano.




Il “Palazzo delle Paure” in realtà potrebbe far pensare, visto lo stile medioevale, a una sede dell’inquisizione. In realtà è un edificio costruito nel 1905 come sede dell’Intendenza di Finanza. I lecchesi lo chiamavano così perché ci andavano a pagare le tasse. L’edificio è in stile eclettico neo-medioevale e riporta sulle facciate lo stemma dei Visconti e quello della città di Lecco.




L’edificio ha cambiato varie destinazioni d’uso nell’arco degli anni, quella più nota ai lecchesi è quella scolastica come sede del Liceo Scientifico G. B. Grassi e della scuola per Segretaria d’Azienda (FLESIP). Ristrutturato e ripulito di recente verrà destinato secondo il progetto del comune a “Urban Center” uno spazio all’interno del quale saranno messe a disposizione dei cittadini le informazioni necessarie per comprendere lo sviluppo di Lecco, con riferimento sia al suo passato che al suo futuro urbanistico, sociale, economico e culturale, anche attraverso l'esposizione di materiali relativi al Piano di Governo del Territorio e con percorsi multimediali.



Testo del Luis (Inuit del Lario)
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lunedì 12 marzo 2012

L’ESKIMO (THE KAYAK ROLL)



Quello che un tempo era il metodo usato dai cacciatori inuit per sopravvivere al gelo dell’Artico, oggi è la prima manovra di autosoccorso, e permette di raddrizzare il kayak dopo un rovesciamento. Considerata per anni la manovra più difficile e ostica di tutta la tecnica del kayak, in realtà è molto più semplice di quanto sembri. Saper eseguire un buon eskimo consente di acquisire grande confidenza con l’ambiente acquatico, vivendolo senza timori. Per questo motivo, lo scopo di ogni canoista dovrebbe essere quello impararlo e perfezionarlo nel più breve tempo possibile. Accostarsi alla manovra con animo disteso e rilassato favorisce senza alcun dubbio l’apprendimento.




Negli ultimi anni la tecnica dell’eskimo ha subito una notevole evoluzione, a causa delle continue modifiche apportate alla forma del kayak e al modo stesso di andare in kayak. Ne esistono dunque numerose varianti e, se si vuole interiorizzare la manovra al punto da renderla quasi infallibile, è bene esercitarsi in tutte.




La prima regola per una buona riuscita dell’eskimo è rimanere rilassati, cosa non sempre facile perché la posizione capovolta e subacquea è del tutto innaturale. In primo luogo, quindi, è importante risolvere eventuali timori e difficoltà di orientamento. Per fare ciò è sufficiente esercitarsi in piscina o in acqua calma utilizzando una buona protezione termica e una maschera da sub. Provate a prolungare il tempo di apnea il più possibile, cercate di nuotare in posizione rovesciata utilizzando solo le braccia, portate le mani fuori dall’acqua da un lato all’altro, flettete il torace verso la prua e verso la poppa del kayak: con l’aiuto di questi esercizi di ambientamento inizierete a sentirvi a vostro agio anche sott’acqua e vi risulterà più semplice imparare l’eskimo.





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lunedì 5 marzo 2012

IL GUFO DI PALUDE, CACCIATORE ALLA LUCE DEL GIORNO



Appartiene all’ordine Strigiformes, famiglia Strigidae, uccelli predatori notturni di varia taglia. Il suo nome scientifico è Asio flammeus. Di dimensioni ragguardevoli (37-38 cm di lunghezza), ha un aspetto simile al Gufo comune, soprattutto in volo. Si riconosce per il margine superiore delle ali più chiaro e la barratura più fitta della coda. I sessi sono simili, con il dorso bruno macchiettato, il ventre chiaro poco barrato, e il disco facciale castano chiaro o crema, con un’area nera attorno agli occhi gialli. Presenta “ciuffi auricolari” castani striati di scuro, poco sviluppati e visibili solo quando sono eretti. Il volo è basso e tremolante, con frequenti planate ad ali leggermente rialzate.




Si distingue dalle specie consimili perché è attivo durante il giorno, quando è in caccia di micro-mammiferi (arvicole). Occupa habitat aperti quali brughiere, paludi, canneti, ma anche colline e lande; costruisce il nido tra i ciuffi d’erba, le canne e l’erica. In inverno non ha un comportamento territoriale, ma si sposta in base alle disponibilità alimentari aggregandosi ad altri individui; forma posatoi comuni, di 6-12 individui, che può condividere con il Gufo comune. A differenza delle specie affini, il Gufo di palude staziona spesso sul terreno, in posizione semi-orizzontale.




Nelle regioni nord orientali d’Europa gli areali di riproduzione e di svernamento sono per lo più coincidenti, mentre nelle parti meridionali la specie è presente solo come migratrice e svernante. In Italia e in Lombardia è soprattutto migratore e raramente svernante; nella nostra regione i gufi di palude si osservano in inverno.




Le popolazioni europee sono state stimante intorno alle 20.000 coppie, a cui è da aggiungere un numero probabilmente superiore, ma difficile da quantificare, in Russia. E’ in declino numerico, soprattutto nelle regioni dell’Est europeo, a causa della rarefazione delle zone umide e degli habitat idonei alle sue prede. Gli individui svernanti in Lombardia, certamente pochi, non sono facilmente quantificabili poiché la specie viene spesso confusa con il Gufo comune.



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