"Vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare,
e avere la pazienza delle onde di andare e venire, ricominciare a fluire..."
(Tiromancino)

giovedì 23 ottobre 2008

IL LAGO DI ANNONE

Lago di Annone in autunnoE’ il più orientale e il più vasto dei laghi briantei, diviso in due bacini dalla stretta penisola di Isella – che penetra nel lago per quasi un chilometro – e, di fronte, dal promontorio su cui sorge il paese di Annone (LC). Il bacino orientale, più vasto – detto anche di Oggiono (LC) o in dialetto locale “ul laach”– e quello occidentale – “ul laghet” – presentano caratteristiche diverse sia morfologiche che ideologiche e risultano in comunicazione tra loro attraverso un breve canale profondo in media solo 1,5 metri e largo poche decine di metri. Nelle acque del lago di Annone si specchiano due importanti alture prealpine: il Cornizzolo (1240 m. slm) a nord e il Monte Barro (922 m. slm) a nord-est mentre, nella parte meridionale, il bacino è circondato dalle dolci colline della Brianza orientale che degradano nella pianura milanese. Come per altri laghi della Brianza (Pusiano, Al serio, Montorfano), la sua origine è dovuta ad escavazione glaciale e sbarramento morenico, ma geograficamente l’Annone è più legato al ramo orientale del Lario che non agli altri corpi d’acqua brianzoli. E’ alimentato da sorgenti che scaturiscono sul suo fondale e da alcuni torrenti di scarsa portata (tra cui il Molinatto, il Roncaglio, il Ceppelline, la Calchirola, il Pescone). Il suo emissario, il Rio Torto, esce dal bacino di Oggiono in comune di Civate (LC) e percorre la Valmadrera gettandosi nel Lario a nord di Malgrate (LC).

Lago di Annone in invernoLa flora e la vegetazione del lago di Annone sono quelle caratteristiche degli ambienti lacustri e palustri delle zone moreniche pedemontane. Uno studio botanico ha segnalato qui per la prima volta 7 specie considerate assenti dal territorio lombardo e circa 70 specie rare. Il particolare microclima umido delle aree immediatamente prossime al lago permette anche la presenza di alcune piante che normalmente sono caratteristiche di fasce altitudinali più elevate. Solo però in alcuni tratti delle sponde è possibile osservare integra la tipica successione della vegetazione naturale caratteristica di questi ambiente, laddove non sono alterati dai ripetuti e spesso dissennati interventi antropici. Più esternamente si incontrano prati umidi a nebbia blu, aggruppamenti arbustivi di ontano nero e una fascia di cariceti a carice alta. Nella parte occidentale del bacino sono presenti ancora alcune praterie torbose con la cannella delle torbiere (Calamagrostis canescens); in altre parti delle sponde, su fanghi recenti, invece si sono lembi di vegetazione pioniera a cipero nero e cipero dorato. In questi ambienti umidi è stata segnalata anche la presenza della pianta carnivora Utricularia vulgaris. Ma la fascia vegetazionale piiù caratteristica delle zone umide è il canneto a canna di palude e tifa, che si esprime con maggiore potenza nella zona del Sentiera di Isella (bacino Annone est) e del Pescone (bacino Annone ovest). Tra le piante acquatiche sommerse e a foglie galleggianti che si insediano nelle acque più basse si possono ricordare il millefoglie d’acqua, la ninfea bianca, in nannufaro giallo. Attorno alle acque e tra le canne vivono molte specie di animali. In particolare nei canneti presso il lago di Annone è stata segnalata un grande varietà di insetti, tra cui anche specie rare. Tra gli anfibi si può citare la rana di Lataste, endemica della pianura padano-veneta; tra i rettili va segnalata la Natrice, una biscia d’acqua. Particolarmente numerose sono le specie di uccelli acquatico-palustri, come lo Svasso maggiore, il Tuffetto, il Germano reale, la Gallinella d’acqua, il Porciglione, la Cannaiola, il Cannareccione, l’Usignolo di fiume, il Migliarino di palude, il Martin pescatore, il Tarabusino, la Nitticora e lo stupendo Airone Rosso.

Lago di Annone in primaveraIl lago di Annone in cifre.
Altitudine media: 224 m. slm
Superficie: 5,5 kmq.
Perimetro: 15,4 km.
Profondità media: bacino Annone Ovest 4 m. – bacino Annone Est 6,3 m.
Profondità massima: bacino Annone Ovest 10,1 m. – bacino Annone Est 11,3 m.

Le foto sono del caro amico Riccardo Agretti.
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martedì 21 ottobre 2008

LO SGUARDO NELL’ANDARE IN KAYAK

Nerrajaq a Lecco
In kayak è importante avere sempre un preciso punto di riferimento visivo: lo sguardo deve essere rivolto verso il punto che vogliamo raggiungere, anticipando la direzione che il kayak deve seguire.
Non è possibile mantenere una traiettoria dritta in un lago calmo, né navigare su un mare agitato dal vento se non si segue questa regola tanto elementare quanto indispensabile.
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Qaqatuq e Matilde a Marciana Marina
Se è bene guardare la propria meta, è altrettanto importante non rivolgere lo sguardo agli ostacoli: se fissate ciò che volete evitare, avete ottime probabilità di incapparci!
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Matilde all'isola dell'Elba .

sabato 18 ottobre 2008

LE ESPLORAZIONI NEL GRANDE NORD

Septentrionalium terrarum descriptio
Nell’Antichità Classica, la rappresentazione del “Nord” era associata al misterioso popolo degli Iperborei, che secondo gli antichi Greci viveva oltre i Monti Rhipei (presumibilmente gli Urali), dai quali prendeva origine “Borea” il vento del Nord o Mistral. Le leggende parlano di un popolo mite che viveva nelle zone settentrionali, abbondanti d’oro e di altre ricchezze (argento, quarzo, criolite) che dovevano essere difese dalla brama dei Grifoni. Gli Iperborei, dedicavano la maggior parte della vita al canto ed alle danze in onore del loro protettore Apollo, rappresentato dal disco solare, che con il suo carro trainato da cigni bianchi come la neve, periodicamente rendeva loro visita portando la luce. Durante il periodo di oscurità, essi dormivano. La mitologia li descrive come uomini calvi, con un occhio solo, con i piedi a forma di zampa di capra. Informazioni più complete anche se a volte ancora inesatte, ci giungono dai primi esploratori dell’Antichità, quali Pitea, astronomo marsigliese, che nel 325 a.c., attraversò le colonne d’Ercole (stretto di Gibilterra) e durante un viaggio di circa sei anni, raggiunse i ghiacci dell’Artico (presumibilmente la Groenlandia); Eratostene di Cirene che raccolse un insieme di informazioni abbastanza esatte su uomini, geografia e clima del Nord. Interessante il contributo di Claudio Tolomeo, che apportò nuove informazioni, integrò e corresse i dati raccolti da Eratostene. Tolomeo presentò i suoi lavori riprendendo la tradizione risalente al IV a.c., che associa i tipi umani ai vari climi del pianeta: i nordici Iperborei o Sciiti, grandi, dalla pelle bianca, con capelli lunghi e lisci, effeminati e delicati grazie ai benefici del clima umido, contrapposti ai meridionali Etiopi, piccoli, neri, raggrinziti, con capelli crespi a causa del caldo. Nella sua “Cosmographia”, volume a stampa contenente tavole acquerellate, edito a Hulm nel 1482, Claudio Tolomeo illustra il mondo conosciuto nella sua epoca con dovizia di dettagli. Altre notizie utili provengono da Pirro Logorio, in “Delle Antichità”, volume manoscritto cartaceo con copertina in pergamena, datato 1568-69 circa, e dalla “Geographia Blaviana-Artica” volume a stampa con tavole acquerellate, pubblicato ad Amsterdam nel 1662. Una interessante raffigurazione della regione artica secondo la visione medioevale che riteneva l’area del Nord Polare costituita da quattro territori (o isole) divisi da altrettanti quattro canali (o fiumi) che circondavano il lago Polo Nord è la carta “Septentrionalium terrarum descriptio” (1569) di Gerard Mercator.

Guido MonzinoTra i numerosi esploratori italiani che hanno fatto dell’Artico una meta della loro esplorazioni, ne vanno citati tre, che sono fra quelli che in tempi ed in modi diversi hanno forse più stimolato la nostra fantasia: Luigi Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi, Umberto Nobile e il “lariano” Guido Monzino di cui va citata la frase: “Il ricordo di quel Tricolore e di quella Croce, deposti sul vertice del mondo, è la gioia più grande che riscatta ogni sofferenza”.

spedizione di Guido Monzino



www.inuitdellario.org

Abbiamo pensato che, per il suo primo compleanno, il nostro blog si meritasse un regalo... così gli abbiamo regalato un dominio tutto suo.
Da oggi potrete accedere al blog anche all'indirizzo:
www.inuitdellario.org
più semplice..no?!

giovedì 16 ottobre 2008

"INUIT DEL LARIO" COMPIE UN ANNO!!!

Oggi il nostro blog compie un anno di vita!!!...
E si... è già passato un anno. Tanti post sono stati pubblicati, tante cose sono state scritte, tanta gente è venuta a trovaci (ultimamente sono più di mille le persone che ogni mese, per volontà, per caso o per sbaglio finiscono sul nostro blog).
Questa ricorrenza è l'occasione per ringraziare tutti quanti.
Grazie a tutti!!!
Grazie a tutti quelli che ci sono vicini, che ci seguono, che hanno a cuore il kayak, la natura, gli inuit e l'amicizia.
Continuate a starci vicino, che le cose da dire e da fare sono ancora tante!!!

mercoledì 15 ottobre 2008

VENDETTA! VENDETTA!

Questa che leggerete è una storia di kayak, in altre parole 'di mare'.
Gli inuit vivono sul mare, sul mare cacciano e pescano. Se si ruba loro il mare, si segna la loro fine. Così era un tempo, e così ancor oggi è qui, nella baia di Angmagssalik, dove si svolge questa storia.
E' stata raccolta, nell'aprile del 1937, dalla viva voce di un Inuit da Paul Emile Victor, esploratore ed etnologo francese che ha studiato gli inuit di Angmassalik raccogliendone gli usi, i costumi, le tradizioni, le storie, e da lui riferita nel libro 'La civilisation du phoque”.
L'ambiente della storia sono il fiordo di Sermilik, i suoi ghiacci, e i piccoli villaggi di cui è disseminato, molti dei quali ancora oggi esistono.
I protagonisti sono i cacciatori inuit e le loro imbarcazioni, i veloci kayak per la caccia e la pesca guidati dagli uomini, e i lenti umiak guidati dalle donne, che venivano utilizzati per il trasporto degli oggetti e dei bambini durante i trasferimenti estivi ed invernali.
La storia, è una storia di vita quotidiana, non dissimile da altre storie che accadono in ogni altra parte del mondo.
Ottorino Tosti
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Tinitequilaaq VENDETTA! VENDETTA!

Successe a Sermilik, il grande fiordo, molto tempo fa.
Ogni estate molti cacciatori non tornavano dalla caccia in kayak. Affondavano con il loro kayak, o forse qualcuno aveva gettato loro il malocchio. Non si seppe mai.
Tibidaj (“Colui che sente male”) parte un giorno in kayak da Ikatek, dove vive.
Incontra due fratelli che abitano a Iderta, villaggio solitario e lontano, di una casa soltanto. Cacciano insieme. I due fratelli sono molto gentili con Tibidaj. Raccontano delle storie. Ridono tutti e due. Si fanno dei segni e delle strizzate d'occhi.
“I bassi fondali di Neremmak non sarebbero buoni per affondare qualcuno di quelli che portano le fasce sulla testa?” dice il primogenito al fratello minore. Il fratello minore si mette a ridere. Allora il primogenito aggiunge:
“E l'occhio di quello che è morto l'estate scorsa, non ci guarda da lassù, dall'alto della montagna?”
Tibidaj capisce che stanno parlando di uomini uccisi e tagliati a pezzi, alcuni pezzi dispersi in fondo al mare e un occhio in cima alla montagna per impedire al morto di tornare a vendicarsi, e che sono questi due fratelli ad aver ucciso i cacciatori in kayak che non sono rientrati ogni anno, da anni.
-”Ho dimenticato i miei guanti da kayak sulla riva” dice “La marea sale. Vado a metterli nel mio kayak. Aspettatemi”.
Scende correndo al mare. Entra nel suo kayak, fugge pagaiando con vigore.
Lassù, i due fratelli lo aspettano. Aspettano fin quando lo vedono lontano, sul fiordo.
“se ne è andato”, dice il primogenito.
“Sì, se ne è andato” risponde il fratello

Tornato a Iketek, Tibidaj racconta. Capiscono tutti, allora, che sono i due fratelli di Iderta ad aver ucciso i cacciatori in kayak che non sono rientrati, da anni, ogni anno.
Decidono di partire per andare ad ucciderli, e partono verso Iderta, con molti kayak e molti umiak.
A Iderta non c'è più nessuno. I due fratelli probabilmente sono partiti verso il sud.
I cacciatori ripartono verso sud. Trovano molte tende a Itsalik, vicino Isertoq.
Il primogenito dei due fratelli è qui. Allora si fermano e si dirigono verso le tende. Con indifferenza, passano la giornata a giocare e divertirsi.
La sera il primogenito dei due fratelli riparte verso nord per rientrare a Iderta.
Quelli che sono lì con Tibidaj, ma anche tutti gli altri che vogliono vedere cosa succederà, poiché tutti conoscono, ora, la storia, lo seguono.
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SermilikIl primogenito si siede sul posto del timoniere, in fondo all'umiak. prende la barra del timone. Giusto la testa e le spalle gli sporgono. Non si fida. Ha paura vedendo gli umiak e i kayak che lo seguono.
Nei pressi di Igasartek, Tibidaj in kayak gli si avvicina da dietro e gli lancia contro l'arpione per gli uccelli.
Il tiro è forte e preciso. L'arpione si pianta in alto sulla schiena, tra le due spalle. Tutte le donne negli umiak gridano. L'umiak del primogenito dei fratelli riesce a raggiungere la terra. Il ferito salta sulla riva, l'arpione sempre piantato nella schiena perché non ha potuto strapparselo. Gli altri cacciatori arrivano in kayak.
Il primogenito dei fratelli fugge con l'arpione piantato sempre nella schiena. Corre veloce, ma un uomo lo raggiunge. Negli umiak le donne gridano sempre più forte. Gli uomini si sono fermati e guardano. Allora quello che corre più veloce di lui gli da un colpo violento nella schiena, tanto violento che lo fa saltare in avanti.
Va a schiantarsi più in basso. L'urto è così terribile che la mascella inferiore si va a conficcare tra le due clavicole. E' morto.
Prima di ripartire, si racconta allora quello che si sa dei due fratelli, e che non si è mai raccontato prima. Il primogenito era brutale, collerico e violento. Ha ucciso quello e quell'altro per vendicarsi, apertamente e senza nascondersi. Il più piccolo aveva paura del primogenito, ma lo seguiva per aiutarlo. Erano quasi sempre insieme.
Tutti gli umiak e tutti i kayak ripartono.

Quando il secondo dei due fratelli apprende che il fratello maggiore è stato ucciso, si allontana con la famiglia e si stabilisce a Tasidartik. Qui lo si vede tutti i giorni portare delle enormi pietre. Allora tutti capiscono che si allena per diventare forte, molto forte, il più forte di tutti i villaggi per poter, un giorno, vendicare la morte del fratello.
Qualche anno più tardi, in estate, l'uccisore del fratello primogenito è seduto davanti alla sua tenda, intento a scolpire un osso di balena. Alza gli occhi, e vede, lontano, un umiak che si avvicina. Riconosce il fratello più piccolo seduto nella parte posteriore dell'umiak. L'umiak accosta.

Il fratello minore scende a terra con un salto. Ha un'accetta in mano. Arriva alla tenda davanti la quale è seduto l'uomo che gli ha ucciso il fratello. Gli si ferma davanti.
Un lungo arpione per la caccia alla balena è appoggiato contro la tenda con a lato la lunga e spessa cinghia, e alla fine della cinghia sono legati cinque grossi galleggianti.
L'uomo non dice niente. Guarda il fratello dell'ucciso. Non ha paura. Il fratello dell'ucciso dice:
“Non mi vendicherò della morte di mio fratello su di te”.
Indica il lungo arpione, la cinghia e i cinque galleggianti e dice:
“Questo, mi ripagherà per la vita di mio fratello”.
E prende il lungo arpione.
“No, dice l'uccisore del primogenito. Tu non ti ripagherai con questo!”.
Impugna l'altra estremità del lungo arpione. Tirano, ognuno dalla sua parte. Tirano.
“Lascia l'arpione” minaccia il fratello dell'ucciso “o riceverai la mia accetta in faccia!”
L'uomo lascia la presa. Comincia ad aver paura. Il fratello si dirige verso il suo umiak e vi depone il lungo arpione. Ritorna verso l'uccisore del fratello e dice:
“Io non mi vendicherò della morte di mio fratello su di te. Ma questo sì mi ripagherà”.
E prende la lunga cinghia alla fine della quale sono legati i cinque galleggianti.
“No” replica l'uomo “Tu non ti ripagherai con questo!”
Impugna due galleggianti. Tirano ognuno dalla propria parte. Il fratello dell'ucciso è il più forte.
L'uomo lascia la presa. Ha sempre più paura.
Il fratello dell'ucciso taglia la cinghia, la prende e prende i cinque galleggianti. Si dirige verso il suo umiak e vi depone la lunga cinghia e i cinque galleggianti.
Poi ritorna verso l'uomo e dice:
“Non mi vendicherò della morte di mio fratello su di te. Ma questo sì mi ripagherà” .
Va verso un grande cane maschio legato ad una roccia.
L'uccisore di suo fratello non dice niente. Ha molta paura. Scoppia di paura.
Il fratello dell'ucciso taglia la cinghia del cane, si dirige verso il suo umiak e vi depone il cane.
Sale nell'umiak. Va a sedersi in fondo, prende la barra del timone, poi dice alle donne nell'umiak:
“Andiamo!”
Le donne hanno guardato tutto questo in silenzio. Cominciano a remare. L'umiak si allontana.L'uccisore del fratello primogenito lo guarda fino a che non scompare dietro un iceberg.
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Sermilik
Prima della fine dell'estate, Tibidaj è seduto davanti la sua tenda a Ikatek, dove è tornato per ricostruire la sua casa, e sta tagliando una lunga cinghia per il suo arpione d'inverno. Alza gli occhi e dall'altra parte del fiordo vede un umiak che avanza. L'umiak si avvicina. In fondo all'umiak riconosce l'uomo che è al timone: è il fratello dell'ucciso.
Tibidaj, che ha sentito la storia dell'arpione, della lunga cinghia, dei cinque galleggianti e del cane maschio, comincia ad aver paura. L'umiak accosta. Tibidaj lo guarda arrivare, ma non smette di tagliare la lunga cinghia Il fratello dell'ucciso si ferma davanti a lui.
“Non mi vendicherò della morte di mio fratello su di te. Ma questo sì mi ripagherà” dice, e indica una grande pelle d'orso tesa sul telaio a seccare.
Quest'orso era stato ucciso da Tibidaj qualche giorno prima davanti la sua tenda, dove era stato probabilmente attirato dall'odore di foca che cuoceva. L'aveva ucciso con un colpo di lancia nel momento in cui si era alzato sulle zampe. Aveva mirato bene. Aveva avuto anche fortuna perché la lancia non aveva incontrato le costole ed era entrata tutta fino al cuore. Tibidaj voleva che sua moglie con quella pelle gli cucisse dei pantaloni per la caccia in inverno.
“No”dice “non ti ripagherai con questo!”
Il fratello dell'ucciso non risponde. Va verso il telaio e comincia a tagliare le cinghie di tensione. Tibidaj si alza, va verso di lui e lo afferra per il braccio. Ha paura.
“Lasciami o ti pianto l'accetta in faccia!”
Si battono. Il fratello dell'ucciso è il più forte. Tibidaj, che ha molta paura, lascia la presa.
Il fratello dell'ucciso taglia le cinghie di tensione, prende la pelle d'orso sulle spalle, e scende verso l'umiak. Getta la pelle d'orso nell'umiak e ritorna verso Tibidaj, che ha sempre più paura. Gli arriva davanti e dice:
“Non mi vendicherò della morte di mio fratello su di te. Ma questo sì mi ripagherà”.
Indica un grande cane maschio attaccato ad una roccia.
“No” dice Tibidaj, che ha sempre più paura “non ti ripagherai con il mio cane di testa!”
L'altro non dice niente. Va verso il cane, taglia la cinghia, si dirige verso l'umiak e vi depone il cane.
Va a sedersi in fondo e prende la barra del timone, poi dice alle donne nell'umiak:
“Andiamo!”
Le donne hanno guardato in silenzio. Cominciano a remare. L'umiak si allontana veloce.
Tibidaj lo guarda allontanarsi fino a che non scompare dietro il promontorio, a sud.

Molti anni dopo, l'uccisore del fratello primogenito e Tibidaj, hanno acquistato una formula magica per far morire il fratello dell'assassino.
Così questo si ammala durante l'inverno. Il suo corpo marcisce lentamente.Una sera esce di casa per andare a cercare da mangiare. Cade. Rotola fino alla riva. A notte inoltrata gli altri che sono usciti a cercarlo lo trovano bocconi come è caduto: sulla roccia, la testa affondata nell'acqua fino alle orecchie.