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"vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde, di andare e venire
ricominciare a fluire..." (Tiromancino)



lunedì 27 aprile 2009

PESCI NOSTRANI E PESCI STRANIERI

Non tutte le specie ittiche presenti nel Lario sono “autoctone”, cioè originarie del bacino lariano e ivi presenti sin dai tempi geologici. Molte di esse sono state immesse dall’uomo in tempi relativamente recenti, alcune in modo del tutto casuale e involontario, altre con la precisa volontà di arricchire e rendere più pregiata la fauna ittica locale. Tra queste ultime, spiccano per importanza il Lavarello e la Bondella, introdotte nel Lario in tempi diversi e ora ritenute in assoluto le specie più importanti dell’economia della pesca lariana.
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Lavarello del Lario

Il primo Coregone a comparire nelle acque del lago fu senza dubbio un Lavarello. Già nel 1861 il De Filippi sperimentò infatti l’immissione di avannotti di Blaufelchen (Coregonus wartmanni coeruleus), originari del lago di Costanza. Nonostante il risultato del tutto negativo che fece seguito a questo primo tentativo, all’inizio del 1885 circa 500.000 uova fecondate di Coregonus wartmanni coeruleus vennero inviate dal lago di Costanza all’incubatoio di Fiumelatte, sul Lario lecchese. La schiusa delle uova ebbe luogo e gli avannotti vennero tutti immessi nel lago nel tratto di costa di Bellano. Il 19 ottobre di quell’anno venne catturato il primo Coregone del Lario, lungo 11 cm. Prima della fine del 1885 furono catturati altri quarantadue giovani coregoni, a conferma che l’introduzione della nuova specie stava dando i frutti sperati. Nel quinquennio successivo il Pavesi effettuò altre tre immissioni di avannotti, sempre provenienti da uova del lago di Costanza. Con ogni probabilità furono allora importate, oltre a uova di Blaufelchen, anche uova di un altro Coregone presente nel lago svizzero, denominato Weissfelchen (Coregonus schinzi helveticus). Nel lario le due forme finirono per ibridarsi e negli anni successivi la possibilità di distinzione fra le due specie di Coregone venne a mancare. Già nel 1933 R. Monti affermava infatti che i “coregoni italiani appartengono a una specie naturale unica” non avendo rilevato alcuna differenza a livello cromosomico. L’attuale Lavarello (Coregonus “forma hybrida”) è pertanto considerato un ibrido fra le due specie originarie. Il successo delle introduzioni di Lavarello fu notevole: già nel 1897 il pescato raggiunse le 12 tonnellate e si mantenne in seguito elevato sino agli anni ’60, quando le catture subirono un forte calo, in relazione al peggioramento delle condizioni ambientali del lago.

Bondella

Si decise allora l’immissione di una seconda specie di Coregone, più resistente agli elevati valori di trofia che si stavano instaurando nel bacino lariano. Nel 1970 furono così immessi 500.000 avannotti di Coregunus macrophtalmus, denominato comunemente Bondella, provenienti dal lago di Neuchatel. L’immissione fu coronata da immediato successo, al punto che nel Lario la Bondella è ora la specie predominante, rappresentando circa il 70% dei coregoni nell’asse Colico-Lecco e il 95% nel ramo di Como. Le differenze morfologiche tra le due specie di Coregone sono molto limitate e a un esame superficiale la distinzione tra Bondella e Lavarello è un’impresa difficile anche per gli addetti ai lavori, come gli ittiologi e i pescatori di professione. Più nettamente differenziate risultano invece essere altre caratteristiche biologiche, come l’accrescimento e l’habitat riproduttivo. Il Lavarello cresce più velocemente e raggiunge taglie più elevate; non è infrequente infatti riscontrare catture di lavarelli superiori al mezzo chilo di peso, mentre la Bondella ha una crescita più lenta e, nella ristorazione locale, costituisce il classico pesce “da porzione”. Il Lavarello inoltre depone le uova nel mese di Dicembre, sui dolci fondali sassosi e ghiaiosi che si trovano in prossimità delle sponde, mentre la Bondella si riproduce in Gennaio a profondità (40-100 metri) ben maggiori.

Salmerino alpino

Tra le specie introdotte allo scopo di accrescere il pregio dell’ittiofauna lariana, non possiamo dimenticare il Salmerino alpino (Salvelinus alpinus), proveniente dal lago di Zug (Svizzera). Immesso dapprima con successo nel lago di Lugano (1895), è stato da qui introdotto a partire dal 1910 nel lago Maggiore e nel Lario. La colonizzazione del Lario da parte del Salmerino fu probabilmente più lenta, a causa della limitata fecondità della specie. Basti dire che una femmina di Salmerino pesante un chilogrammo è in grado di deporre circa duemila uova, contro le quarantamila deposte da una femmina di Lavarello di uguali dimensioni. Le modificazioni ambientali intercorse dall’uomo a partire dagli anni settanta hanno purtroppo rallentato l’espansione del Salmerino; lo scadimento della qualità dell’acqua e la competizione spaziale e alimentare con la Bondella ha infatti causato una drastica riduzione di questo salmonide, al punto che attualmente è considerabile come specie rara.

Persico sole
Tra le specie “straniere” introdotte nel Lario con modalità ignote e senza alcun supporto scientifico ricordiamo solo il Persico sole (Lepomis gibbosus), noto a tutti per la sua vivacissima colorazione. La data precisa del suo arrivo al Nord America non è conosciuta, anche se risale senza dubbio agli anni del dopoguerra. Il “gobbo” – così è noto il Persico sole tra i pescatori lariani – riveste comunque un interesse marginale all’interno del popolamento ittico lariano. La sua proverbiale voracità lo rende facilmente catturabile e per questo la sua inconfondibile livrea è spesso riconoscibile nel cestino dei pescatori principianti.

Carassio

Pesce gattoFortunatamente, il fenomeno dell’immissione “fuorilegge” di nuove specie non ha alterato sensibilmente la composizione della fauna ittica del Lario e non ha apportato i gravissimi danni che in altri corpi d’acqua appaiono invece in tutta la loro evidenza. Il Carassio (Carassius carassius), il Pesce gatto (Ictalorus melas) e altre specie “straniere” infestanti – il cui numero è in continuo e allarmante aumento – hanno già compromesso l’equilibrio dell’ittiofauna di molte acque italiane e rappresentano un problema grave e di difficile soluzione. L’introduzione di nuove specie ittiche in un ecosistema acquatico rappresenta sempre un intervento delicato che richiede conoscenze specifiche e può creare gravi danni. E’ pertanto indispensabile che tali operazioni vengono effettuate sotto il controllo dei tecnici del settore. Solo in questo modo è possibile ripetere le felicissime e “illuminate” esperienze dei Coregoni e dei Salmerini del Lario.

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