"INUIT DEL LARIO" - CANOA KAJAK 90 A.S.D.

LA PASSIONE PER IL KAYAK DA MARE, LA NATURA E GLI AMICI...



"vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde, di andare e venire
ricominciare a fluire..." (Tiromancino)



lunedì 17 maggio 2010

UN PAESAGGIO DEGNO DEL PARADISO



Il Lario, che nell’etimo della lingua etrusca pare significasse “principe”, fa certamente parte di quella ristretta schiera di luoghi universalmente celebrata e ammirata in ogni tempo. Per alcuni scrittori la sua visione è “degna della massima esaltazione”, per altri, come il geografo tedesco Johann Georg Kohl, esso “non deve mancare in Paradiso, essendo impossibile che sia al mondo un lago che lo avanzi in bellezze naturali”.




Si potrebbe proseguire a lungo nelle evocazioni storiche, aggiungendo all’estasi romantica dei viaggiatori stranieri – che servì fra l’altro alla scoperta turistica del lago – le prose del Manzoni, del Porta, del Giusti, di Stendhal, autori che pure amarono e descrissero questi luoghi; o, ancor più a ritroso nel tempo, potremmo rifarci al fascino di impressioni antiche come quelle di Plinio il Giovane, forse il primo vero estimatore del Lario, del vescovo Ennodio, di Cassiodoro, autore di una memorabile epistola che aveva lo scopo di imporre tasse ai comaschi ma che sortì quello di celebrare le bellezze lariane, per tornare poi alle osservazioni, miste di razionalismo scientifico e compiacimento estetico dell’Amoretti e dello Stoppani, del Giovio e del Cantù.





Ma quale è allora la peculiarità che ha così variamente ispirato tanti scrittori e forse una schiera ancora più nutrita di artisti? Cosa ha mosso e ha fatto nascere l’idea del lago non solo in queste menti ispirate ma anche nella comune percezione di ognuno di noi, quando ci dilettiamo di percorrerne le sponde o navigarne le acque?




Non credo sia solo un’apparenza estetica. Non bastano gli scorci panoramici, continuamente vari e alternati, le acque azzurre e profonde, le possenti montagne che lo stringono d’appresso, la mitezza del clima e il proliferare di una vegetazione ricca ed esuberante, la dolcezza dei paesi rivieraschi, il combinato disporsi di gentilissimi edifici di culto, di ville nobiliari, di torri, ricetti e palazzi. Questo riassume l’aspetto generale del paesaggio che trova proprio nel suo insieme – e deve essere questa la ragione di tanta fama – un’ideale armonia fra natura e opera dell’uomo.




Infatti le cose che più stupiscono alla fine, e seducono soprattutto chi è abituato a procedere col ritmo dei propri passi (o magari della propria pagaiata), sono i segni, le combinazioni, le alternanze costruiti sui minimi particolari del paesaggio: un angolo di strada, un tranquillo passeggio selciato con la sua “naturale“ bordura di muretti a secco, una macchia di cipressi accanto a una chiesetta porticata, una silenziosa darsena, un rustico ponticello guardato da un vecchio mulino, un esile campanile acconto a una torre diruta, campi a terrazzo dove “i coltivatori sono sospesi assieme alla strada sul fianco della montagna”, secondo il ricordo di Ennodio.




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Foto degli Inuit del Lario (Eppiluk, Enzi, Kayatrek)
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