"INUIT DEL LARIO" - CANOA KAJAK 90 A.S.D.

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"vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde, di andare e venire
ricominciare a fluire..." (Tiromancino)



lunedì 23 novembre 2009

LA PESCA SUL LARIO TRA PASSATO E PRESENTE (seconda parte)



Alla fine dell’Ottocento la specie di gran lunga più comune nelle reti dei pescatori del Lario era senza dubbio l’Agone. A quei tempi l’Agone rappresentava mediamente il 50% del pescato totale, con valori pari a circa 200 tonnellate annue. In una rivista di pesca del 1891 è riportato che in quell’anno il pescato di agoni nel Lario ammontò a 235 tonnellate. La popolazione di Coregone, a quei tempi non aveva ancora sviluppato per intero il proprio potenziale, essendo stato introdotto nel Lario da pochi anni soltanto (la prima felice immissione del Coregone lavarello nel Lario risale al 1885). Curiosamente, secondo alcune testimonianze, il “primo” Lavarello del Lario, quello presente nei primi decenni successivi alla sua introduzione, mostrava qualche sensibile differenza rispetto alla forma attuale. R. Monti, in una ricerca sull’alimentazione dei pesci nel Lario del 1924, afferma infatti che “nel Lario oramai non sono rari gli esemplari di coregone che raggiungono il peso di 3,5 kg. Quest’anno furono catturati esemplari il cui peso si avvicinava ai 5 kg.” Attualmente la taglia del Lavarello non raggiunge simili dimensioni e gli individui di peso superiore al chilogrammo costituiscono già un’eccezione. Trovare i motivi di una simile modificazione è piuttosto difficile. Una recente (e affascinante) teoria attribuisce la progressiva diminuzione della taglia dei lavarelli del Lario alla selezione genetica operata per decenni dalle reti da pesca. La maglia attualmente adottata dalle reti per i lavarelli ha infatti una misura (35 mm di lato) più piccola di quella in uso nei primi decenni del secolo scorso, e tale da catturare precocemente i soggetti a più rapido accrescimento, favorendo la riproduzione degli individui di dimensioni minori. Anche se i dati precedenti, riguardanti il pescato degli ultimi anni dell’Ottocento, sembrano testimoniare una situazione di ricchezza e abbondanza, le prime avvisaglie di un forte calo delle produzione ittica apparvero proprio in quel periodo.

Un’apposita Commissione nominata agli inizi del Novecento per svolgere un’inchiesta sulla pesca nel Lario, iniziava con queste parole il lungo lavoro: “E’ un fatto certo, indiscutibile, constatato dai pescatori di professione e da chiunque peschi anche raramente e a solo scopo di diletto, che la pescosità del Lario è immensamente diminuita in questo ultimo decennio, e va di anno in anno rendendosi vieppiù scarsa”. Tra le cause allora individuata per dare spiegazione al declino del pescato troviamo alcuni fenomeni che ancora oggi vengono indicati come responsabili di gravi danni alla fauna ittica: “I battelli a vapore che distruggono il novellame e sconvolgono le uova sulle rive in tempo di frega, gli stabilimenti industriali sparsi sulle rive del Lario che scaricano strani prodotti chimici causa di forte sterminio, la costruzioni di sbarramenti senza la prescrizione di scale di monta per i pesci, la graduale soppressione delle spiagge ghiaiose a lento declivio, luogo di frega fondamentale per molte specie ittiche, per destinarle alla costruzione di ville, e soprattutto le irrazionali modalità di pesca, quali la cattura del pesce durante la frega e di taglia inferiore alla maturità riproduttiva”. Agli inizi del secolo la situazione andò quindi peggiorando e spinse nel 1910 A. Ricordi a scrivere un libro intitolato La fine della pesca nel lago di Como, dove si afferma che in quegli anni numerosi pescatori di Dervio, Onno, Bellagio e Lecco lasciarono le loro terre per trasferirsi sul lago Maggiore e sul lago di Lugano in cerca di maggiore fortuna. Alcune misure restrittive vennero applicate (divieto della rete denominata “bedina”) e il controllo divenne più rigido, ma negli anni ’20 la situazione si presentava ancora critica. Lo stesso R. Monti nel suo libro del 1924 La limnologia del Lario sottolinea la marcata diminuzione del pescato di agoni, “sia per la pesca sfrenata, sia per ripetute epidemie che fecero biancheggiare di cadaveri le acque del Lario”. Tali epidemie, secondo il Mazzarelli, furono dovute a infezioni causate da mixosporidi e decimarono la popolazione di Agone al punto che anche per questa specie si fece ricorso alla riproduzione artificiale.


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