"INUIT DEL LARIO" - CANOA KAJAK 90 A.S.D.

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"vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde, di andare e venire
ricominciare a fluire..." (Tiromancino)



martedì 17 marzo 2009

IL LARIO E L’INQUINAMENTO

Quando 15.000 anni fa il grande ghiacciaio, respinto dall’avvento di un clima più temperato, abbandonò le valli lariane e iniziò la ritirata verso le cime più alte della Valtellina e della Val Chiavenna, il profondissimo solco entro cui si era incanalato il suo fronte principale fu invaso dalle acque. Si formò così il Lario, che ebbe in dono acque limpidissime, nelle quali brillavano le grosse sagome argentee delle trote lacustri. La natura riservò a lungo al Lario un trattamento di favore: la grande profondità del bacino e il continuo apporto dei freddi torrenti di origine glaciale consentirono alle acque del lago di mantenersi trasparenti e ossigenate. Contrariamente ai bacini di piccole dimensioni e di modeste profondità, che sono soggetti a “rapide” modificazioni naturali comportanti anche un certo “scadimento” della qualità delle proprie acque, il Lario dovette attendere il pesante intervento dell’uomo per mostrare i primi segni di decadenza. E il pesante intervento dell’uomo non è, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, un evento recente.



Già nel bollettino della pesca del 1910 si legge infatti che le trote non risalivano più i torrenti Marrone, Albano e Liro, nelle quali numerose fabbriche di carta o stabilimenti metallurgici immettevano scarichi inquinanti. A. Ricordi nel suo libro del 1910 cita tra le cause di impoverimento della pesca del Lario un fenomeno strano che osservava da qualche anno: “Una fanghiglia algosa, verde, inquina interi tratti di lago. Questa strana vegetazione fu studiata dal prof. Forel di Morges che stabilì essere un’alga, la Tabularia flocculosa”. Anche R. Monti descrisse un fenomeno di fioritura algale nel lago di Como, causata da Microcystis aeruginosa, che raggiunse il suo massimo tra il 20 e il 25 agosto 1925: “Le acque non più trasparenti come di consueto, appaiono torbide cosicché i limiti di visibilità del piatto di Secchi (strumento utilizzato per misurare la trasparenza dell’acqua) non andarono oltre i 4 metri”. Successivamente, Baldi, Pirocchi e Tonolli (1947) all’interno di uno studio sul fitoplancton del primo bacino com’asco segnalarono una fioritura di Diatomea fragilaria in data 10 settembre 1946.



In queste segnalazioni non certo recenti è facile riconoscere i sintomi della “malattia” più comune dei laghi italiani, l’eutrofizzazione, causata dall’eccessivo apporto di nutrienti nelle acque, in particolare fosforo e azoto. Se – come abbiamo visto – i primi segnali dell’alterazione dell’equilibrio del lago risalgono ai primi decenni del secolo, è solo a partire dagli anni ’50 che il processo di eutrofizzazione subì una forte accelerazione. In seguito al forte sviluppo demografico e al miglioramento della qualità della vita, gli scarichi fognari che pervenivano al Lario direttamente o attraverso gli immissari, aumentarono a dismisura e accrebbero il proprio carico inquinante. La concentrazione di fosforo nelle acque del lago passò direttamente dai 20 ug/l, volare medio rilevato nel periodo primaverile all’inizio degli anni ’60 (Vollenweider, 1962), ai 51 ug/l dell’aprile 1971 (Braga, 1972). Alla fine degli anni ’70 tale concentrazione raggiunse i valori storicamente più elevati, assestandosi intorno ai 70-80 ug/l. Se si considera che, in assenza di apporti umani, il fosforo avrebbe nel Lario una concentrazione naturale pari a circa 10 ug/l, ne risulta che trenta anni fa si raggiunsero valori 7-8 volte superiori, tali da destare serissime preoccupazioni in merito alla futura vivibilità del lago. Non va inoltre dimenticato che negli anni ’60 e ’70 il Lario riceveva anche numerosi scarichi industriali, il cui impatto sulle qualità delle acque spesso consisteva nell’immissione di vere e proprie sostanze tossiche. Uno studio sui sedimenti del lago di Como effettuato dall’Istituto di Idrologia dell’Università degli Studi di Milano nel 1978 riscontrò così che nel bacino lecchese la concentrazione di cromo era aumentata di 8 volte, il nichel 4 volte, il rame 5 volte, lo zinco 5 volte e il piombo 6 volte. Anche se il bacino lecchese rappresentava certamente la situazione peggiore per quanto riguarda l’inquinamento industriale, segnali negativi di gravità variabile erano rilevabili nell’interno bacino lariano.



Fortunatamente, verso la fine degli anni ’70, l’accresciuta sensibilità ai problemi dell’ambiente spinse anche alla realizzazione dei primi interventi per il risanamento del Lario, tra cui spicca per importanza la costruzione degli impianti di depurazione al servizio della città di Como e della città di Lecco. Si aggiunse un nuova legge che abbassò drasticamente il contenuto di fosforo nei detersivi, riducendo in tal modo la principale fonte di nutrienti. Il Lario reagì con prontezza alle cure prestategli, tanto che una più recente indagine limnologica condotta dall’Università degli Studi di Milano (G. Chiaudani e coll., 1992) ha rilevato una concentrazione media di fosforo pari a 33 ug/l lungo l’asse Colico-Lecco, e di 48 ug/l nel ramo di Como. Le peggiori condizioni mostrate nel bacino com’asco sono dovute all’assenza di un emissario che possa garantire un veloce ricambio delle acque.



I miglioramenti rispetto alla situazione di trenta anni fa, sono comunque evidenziati e ci si avvicina agli obiettivi del risanamento e ci si avvicina agli obiettivi di risanamento che sono realisticamente stati fissati a una concentrazione di fosforo pari a 20 ug/l. La strada da seguire è ovviamente ancora lunga ed è necessario insistere sulla rimozione dei carichi di fosforo attraverso la realizzazione e la buona gestione degli impianti di depurazione. E’ però lecito attendersi che i tempi di risposta del Lario diventino sempre più lenti man mano che ci avviciniamo agli obiettivi del risanamento. Nell’ipotesi più favorevole, cioè l’immediato e completo trattamento di tutti gli scarichi civili e industriali, si prevede che debbano trascorrere almeno dieci anni perché il Lario, possa raggiungere la tanto attesa situazione di equilibrio. Nel ramo di Como, a causa del lungo tempo di residenza delle acque (che supera i 12 anni), tale processo sarà ancora più lento.

Foto degli Inuit del Lario (Peteraq e Kayatrek).
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