"INUIT DEL LARIO" - CANOA KAJAK 90 A.S.D.

LA PASSIONE PER IL KAYAK DA MARE, LA NATURA E GLI AMICI...



"vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde, di andare e venire
ricominciare a fluire..." (Tiromancino)



venerdì 23 maggio 2008

LA SLITTA DEGLI INUIT

In passato le slitte (QOMATIQ) erano fabbricate con il legno delle navi affondate, le ossa, le corna di caribù, i tendini animali e tutti i materiali che potevano essere utilizzati. Molte tecniche ingegnose erano usate per ridurre la frizione dei pattini sulla neve. L’osso di balena immerso nell’acqua, al fine di ricoprirlo di uno strato di ghiaccio, si rivelò un materiale ideale. Uno spesso strato di fango, pulito di ogni materia abrasiva e scaldato alla giusta temperatura, era steso sui pattini delle slitte e poi piallato per formare una superficie liscia. Per completare l’operazione, si cospargevano i pattini d’acqua, che gelava immediatamente e formava una superficie completamente liscia e scivolosa. Nei periodi di freddo intenso, gli Inuit amalgamavano terra con urina, formando un impasto resistente e meno friabile che la sola acqua. Nei periodi più caldi, a causa delle sua qualità adesive, applicavano del sangue di foca sui pattini prima di bagnarli con acqua. Quando l’osso di balena non era disponibile ricorrevano al pesce congelato, legato in modo da formare dei pattini, ai quali fissavano pesci che fungevano da traverse. Gli Inuit usavano anche per ricoprire le suole dei pattini uno strato di fango amalgamato a piccoli pesci. Questo impasto, solidamente congelato, era quindi lisciato con una pialla. In caso di emergenza poteva essere scongelato e utilizzato come cibo per i cani e in casi estremi anche per gli uomini.

Le slitte oltre ad essere un mezzo di spostamento veloce sulla neve e sul ghiaccio servivano anche per cacciare. Per catturare le foche, i cacciatori avanzano sulla slitte nascosti dietro a un piccolo velo bianco, in modo da mimetizzarsi con il paesaggio. A trainarle sono cani eschimesi , talvolta incrociati con lupi. Questi animali, una decina, sono veri e propri atleti. Possono percorrere un centinaio di chilometri e fare a meno di cibo anche per due o tre giorni. Per bere, lappano la neve con la lingua, senza nemmeno fermarsi a riposare. Il cane di testa, scelto per la sua forza e la sua intelligenza, è una guida preziosa perché sa trovare la strada attraverso la banchisa. I cani dormono sempre all’aperto e si cibano di pesce essiccato.

Infine una citazione va fatta alla spedizione al Polo Nord (Maggio 1971), capeggiata da Guido Monzino, alla quale parteciparono Rinaldo Carrel, Mirko Minuzzo e altri coraggiosi esploratori. Nonostante all’epoca fosse già in uso lo SKIDOO (la motoslitta), l’impresa italiana si avvalse esclusivamente delle tradizionali slitte, mentre gli indumenti rigorosamente di pelliccia, furono quelli appositamente confezionati sul posto dalle donne Inuit.
“Il vestiario adoperato per secoli dalle popolazioni locali si dimostra ancora il più valido per la praticità della foggia, per la straordinaria resistenza all’usura nella continua lotta tra i ghiacci e soprattutto per l’essenziale e insostituibile difesa dall’atroce freddo polare. Le abili donne di Qanaq, avvezze a cucire l’atavico costume per i loro uomini, eseguono diligentemente il lavoro, confezionando per i membri della spedizione i KOOLETAH, ovvero i giacconi col cappuccio di pelliccia di caribù, i pantaloni d’orso, le muffole di pelliccia di cane, col palmo in pelle di foca e lana all’interno, i KAMIK, stivali in pelle di foca, foderati di coniglio artico che si calzano a piedi nudi ed i copri KAMIK di volpe bianca”
Tratto dal libro: L’ultimo signore di Balbianello e le sue ventuno spedizioni di Rita Ajmone Cat.
Un'altra curiosità su Guido Monzino, tra l'altro sul mondo del kayak. La Regatalonga del Lario a Lezzeno, regata internazionale non agonistica, aperta a tutte le imbarcazioni remiere, ai partecipanti dalla provenienza più eterogenea e di ogni età, fu ideata, poi sostenuta economicamente, da Guido Monzino. L'idea, unica al mondo nel suo genere, venne in seguito copiata da Venezia con la Vogalonga conosciuta universalmente.
L'esploratore soggiornò diversi anni sul Lario e ora il museo che ricorda le sue imprese è a Villa Balbianello sul promontorio del Lavedo a Lenno, ora di proprietà del Fondo per l'Ambiente Italiano.

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