"INUIT DEL LARIO" - CANOA KAJAK 90 A.S.D.

LA PASSIONE PER IL KAYAK DA MARE, LA NATURA E GLI AMICI...



"vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde, di andare e venire
ricominciare a fluire..." (Tiromancino)



venerdì 7 novembre 2008

VIAGGIO ALLE ORIGINI DELLA NAVIGAZIONE IN KAYAK

LA STORIA DEL KAYAK, A PARTIRE DAI SUOI INVENTORI, I POPOLI DEL NORD.
Testo di Federico Fiorini.

I kayak furono inventati in tempi oramai remoti, si parla di qualche millennio fa, dalle popolazioni che abitavano la zona artica compresa tra la Siberia e la Groenlandia. Ne furono creati una grande varietà dai Koryak, dai Chukchi, dagli Aleutini, dagli Yuit e dagli Inuit. Possono essere distinte circa sessanta tipologie pricinpali, a loro volta divisibili in ulteriori varianti; gli studiosi, per facilitare le cose, le hanno classificate più semplicemente in una dozzina di grandi famiglie. Le differenze erano dovute a diversi motivi: il tipo di utilizzo, le tecniche di caccia, la facilità di trovare legname per la costruzione, sono le voci più ricorrenti. In Groenlandia, in particolare sulla costa est, nella regione di Angmagssallik, i kayak raggiunsero livelli dei livelli di specializzazione per la caccia alla foca ben più alti rispetto ad altre zone. Parallelamente allo sviluppo “progettuale”, anche le tecniche di conduzione si raffinarono in maniera incredibile.
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Gli Ammassalimiut raggiunsero dei livelli di abilità tecnica impensabili, ad esempio, per popolazioni che vivevano nei territori dell’attuale Canada. Si pensa che ciò fosse dovuto alla difficoltà di reperire legname in Groenlandia: non ci si poteva concedere il lusso di perdere gli arpioni, che, quindi, venivano legati, tramite lunghe stringhe, a dei galleggianti. Quest’ultimi, assicurati sul ponte posteriore del kayak, dovevano essere lanciati in acqua non appena la preda veniva colpita; se questa manovra non riusciva si correva il rischio di rimanere impigliati alla lunga stringa andando incontro a dei facili capovolgimenti. Per questo motivo i cacciatori si allenavano a compiere i più svariati tipi di eskimo al fine di poter recuperare la posizione in qualsiasi maniera. Fortunatamente molte di queste manovre non sono andate perse grazie anche all’interessamento di uno degli ultimi cacciatori di foche in kayak, Manasse Mathaeussen, che prima di morire, durante gli anni ottanta, al fine di salvaguardare il background culturale del suo popolo, trasmise la sua conoscenza alle nuove generazioni facendo sì che queste tecniche non venissero cancellate del tutto dall’utilizzo delle barche a motore. Tutto questo non è accaduto per gli Aleutini. Sebbene sia a noir arrivato il Bajdarka, il kayak dalla caratteristica prua bifida, e qualche pagaia, poco o nulla sappiamo delle loro tecniche di conduzione. Nel nostro mondo questo ha rappresentato sicuramente una grave perdita anche perché gli Aleutini furono sicuramente tra i più abili pagaiatori in acque mosse avendo dovuto affrontare le terribili condizioni ambientali del Mare di Bering.


Esistono diverse testimonianze scritte riguardo le esplorazioni nella regione artica, soprattutto per quanto concerne la storia Canadese. Prendendo in considerazione la sola Groenlandia e riferendoci espressamente alle sole tecniche di conduzione, in History of Greenland, scritta nel 1767 dall’esploratore inglese David Crantz, ritroviamo la prima descrizione di diverse manovre tra appoggi ed eskimi. Circa un secolo più tardi, nel 1893, in Eskimo Life, Fridof Nansen ci fornisce ulteriori testimonianze scritte, correlate anche da disegni. Arrivando al 1900 risultano preziosi gli scritti di Joelle Robert Lamblin che, per la prima volta, seppure con qualche imperfezione, disegna in maniera dettagliata le “acrobazie” dei cacciatori groenlandesi. E’ però con Gino Watkins che il kayak si diffonde e viene conosciuto nel vecchio Continente; essendo a capo della British Arctic Air Route Expedition del 1931, egli fu il primo europeo ad essere accettato come allievo dai nativi groenlandesi e da questi imparò le diverse tecniche prima di trovare la morte durante una battuta di caccia in solitario. Interessantissimo è il filmato della sua spedizione così come il capitolo XII del libro Watkins’ Last Expedition scritto dall’amico F. Spencer Chapman. In tempi più recenti l’opera di Manasse Mathaeussen e l’opera di John Heath, entrambi scomparsi, la fondazione in Groenlandia di Qaannat Kattuffiat (paragonabile ad una nostra federazione remiera), la successiva fusione con Qajaqusa (http://www.qajaqusa.org/), il lavoro di Greg Stamer in America, hanno dato un notevole impulso al recupero dell’antico modo di andare in kayak.




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